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Merano. La cura dei militari feriti in guerra salva la città dalle bombe

15 Agosto 2020

Merano. La cura dei militari feriti in guerra salva la città dalle bombe

Dalla convenzione dell’Aia del 1899 esiste il termine “città aperta” con il quale si intendeva che tali centri non avrebbero potuto essere aggrediti con iniziative belliche. Tuttavia già durante la Grande guerra ci furono attacchi a diverse cosiddette “città aperte”.
Il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt chiese con fermezza fin dal primo giorno del secondo conflitto mondiale di non attaccare le città dichiarate “aperte”. Il 9 settembre del 1939 anche Hermann Göring assunse tale principio e comunicò che Hitler avesse ordinato di non attaccare alcuna “città aperta”. Alcune capitali importanti furono tutelate grazie a tale istituto, basti pensare a Parigi e Bruxelles. Meno fortunate Belgrado, Zagabria e Ljubljana. Anche Manila fu attaccata dagli aerei giapponesi nonostante la dichiarazione di tutela da parte degli Stati Uniti. Roma fu dichiarata “città aperta” nel 1943 dal governo Badoglio ancora prima che gli alleati avessero messo piede in Italia. All’inizio del mese di giugno 1944 il Comando nazista supremo rinnovò la protezione di Roma quale “città aperta”. Durante la ritirata tedesca in Italia, si cerco di tutelare diverse città italiane con la dichiarazione di “città aperta” in ragione dei beni culturali in esse custoditi. Dove non fu possibile ottenere tale status, si ricorse all’escamotage di definirle “città ospedale”. È interessante ricordare che furono proprio i tedeschi a farlo. Tra le “città lazzaretto”, oltre a Anagni nel Lazio, Assisi, Certosa di Pavia, Monte Cassino e Tivoli, c’era anche Merano. Mentre Siena, Firenze e Venezia furono “città aperte”, Roma, Bologna, Vicenza e Ravenna in un certo qual modo furono considerate “città neutrali”, come si legge in Ludwig Walter RegeleMeran und das Dritte Reich, Studienverlag, Innsbruck, 2007. Hitler ad un certo punto fu spinto a concedere a Firenze lo status di “città aperta”, probabilmente per le sue bellezze ineguagliabili.
Merano dall’autunno 1943 ebbe meno problemi perché fu sede della direzione locale per l’Italia della NSDAP (Partito Nazionalsocialista) e non sul Lago di Garda, come si potrebbe ritenere. Il fatto che ci fossero le truppe militari in città era un problema non indifferente e solo grazie al fatto che Merano era “città ospedale” ha fatto sì che non fosse bombardata dagli alleati. Così in riva al Passirio diversi nazisti di grido, come Albert Speer e altri, nonché gente di malaffare trovarono modo di imboscarsi. Diversa la sorte di Bolzano, dove le bombe non furono risparmiate e demolirono molti splendori architettonici, compreso il Teatro Verdi e parti del Duomo.

In tutte le librerie e presso Praxis Edizioni/Bolzano
info@praxis.bz.it 0471/980801
Pag. 168
€ 12,00

 

Giornalista pubblicista, scrittore.
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