Non si parla che della burocrazia: tutti si sono resi conto che è uno dei grandi mali da sconfiggere. C’è chi spara sciocchezze e slogan, chi la cita senza conoscerne bene le radici. Io credo di conoscerla bene perchè nella mia carriera è stato uno degli aspetti più tormentati. Sono arrivato ad odiare la smania di emettere disposizioni fino al punto di godere quando potevo metterla in crisi. Una sorta di risarcimento per i problemi che mi procurava e di sottile ironia implicita.

Per capire bisogna partire dalle origini, cioè dalle norme, leggi e regolamenti. Nessuna di queste può mai prevedere tutti i casi concreti che si possono presentare: la realtà è molto variabile e complessa infatti. Questo comporta che chi la burocrazia la mette in opera dovrebbe essere dotato di intelligenza e flessibilità. Ogni disposizione richiede non solo di essere applicata ma interpretata.

Ma non è cosi: il burocrate non è mai intelligente, è un rigido applicatore delle disposizioni. Quando queste producono delle contraddizioni che non può più ignorare va in crisi e non sa più come comportarsi. È qui che nasce il malsano gusto di veder il burocrate balbettare senza sapere più come comportarsi; nessuno gli ha spiegato quella particolare condizione, lui non ha mai nemmeno pensato potesse esistere e nemmeno gli interessa. Se sei quello che la rende manifesta diventi un disturbo intollerabile. Ecco perchè quando mi presentavo all’ufficio il burocrate (evito per la privacy di fornire dati precisi) mi guardava con aria disperata e diceva “Ancora Lei?”.

Gli uffici dove si attuano queste logiche sono numerosi ed eterogenei: ispettorati vari come Ispesl, comitati tecnici, uffici tecnici della amministrazioni locali, commissioni di vigilanza, uffici sicurezza, igiene edilizia, ecc. “. Qualche esempio sui casi più ricorrenti.

Caso 1: le dimensioni e le definzioni.

Una norma prevede che determinate prescrizioni vadano applicate in presenza di un certo elemento: ad es. il palcoscenico. Ma cosa è ? In un teatro è evidente ma in una sala polifunzionale o adattata allo scopo non lo è. Quanto deve essere grande per essere definito tale ? Se in una salone esso ha dimensioni molto ridotte si può ancora chiamarlo palco (notare che ha già meno ambizioni di prima perchè manca “scenico”).

C’è anche l’uso dei diminutivi come “palchetto”, oppure è una pedana, un podio, un praticabile, o anche solo un rialzo? Si apre un mondo di domande e quello che puoi scrivere in un progetto su un rettangolo assume un enorme significato. Ecco spiegato cosa significa quando si dice che gli architetti dicono le bugie con i progetti.

Caso 2: l’utilizzo.

Una norma prevede un determinato uso, quello corrente di un impianto od attrezzatura. Se viene ribaltato la applicazione della norma va in crisi. Un ascensore deve automaticamente portarsi al piano più basso per la sicurezza antincendio. Ma se l’edificio è costruito con criterio opposto, l’ascensore serve per portarsi dal piano più basso a quello più alto perchè qui si trova il luogo sicuro? (così è il teatro di Gries).

Le norme sui carichi sospesi sono riferite ai cantieri ed alle gru, in un teatro sono una costante inevitabile e le norme sono inapplicabili. Come si fa allora? In Italia si è preferita la politica dello struzzo, cioè non voglio vedere e faccio finta di niente. “Attenzione ai carichi sospesi” dice il cartello, ma cosa singifica in pratica ? Nel caso cadessero cercare di evitarli con un guizzo ? Oppure “Passate pure, sono cavoli vostri, ma velocemente ed usate un amuleto per proteggervi”.

Un altro esempio. Ma questa porta (pre-esistente) è una uscita oppure no? Non lo è secondo i criteri delle norme (mancano due centimetri) ma lo è di fatto. Ma insomma lo è o no? Va calcolata nel totale del varco di uscita? “Ni”, passiamo ad altro. Se parliamo di teatri storici le questioni si amplificano al quadrato. Ciò che c’era e magari ha funzionato per secoli non deve più essere considerato, ciò che sarebbe prescritto però diventa nefasto nell’uso pratico,  e via cosi. Si è visto in molti casi il genio italico bypassare le disposizioni con soluzioni stravaganti. Ad esempio un estintore occultato da uno stucco rococò? Un idrante racchiuso in una nicchia per le statue?

Un altro caso? Quando usci la prima legge sulla sicurezza degli impianti tutti cominciarono a chiedersi cosa fosse un impianto e cosa no. Si arrivò ai casi limite: l’abat-jour della camera da letto con una prolunga è un impianto? Fu il Cei, Comitato elettrotenico nazionale a doversene occupare, suo malgrado, e spiegare poi che un insieme, anche ampio, di soli utilizzatori non è un impianto. Ma egualmente la norma non fu in grado di chiarire tutti i casi. Ad esempio se a monte degli utilizzatori vi sono dei regolatori (dimmer) o protezioni non fisse è un impianto o no? Può essere il fatto che si tratti di impianti fissi o mobili la discriminante ? Ancora non si sa.

Caso 3: i ruoli.

Nella massima parte dei casi il richiedente una autorizzazione è interessato a non applicare una disposizione o ad applicarla in una visione “morbida”, a lui favorevole. Se avviene il contrario, come ho fatto io molte volte, sono il richiedente ma anche quello che denuncia una irregolarità e ne chiede l’applicazione. Il burocrate subisce un corto circuito mentale e rimane costernato senza risposte. Lo ho vissuto diverse volte quando mi autodenunciavo per ottenere una imposizione del rispetto di prescrizioni che poi utilizzavo come un grimaldello per ottenere dei finanziamenti.

Ricordo ancora la faccia di un ispettore quando mi guardò stralunato e disse “Ma questo è quello che dovrei dire io, non Lei !”. Io me la godevo divertito e soddisfatto. Non potevo sconfiggere la burocrazia ma ero riuscito a metterla in grave crisi dall’interno.

È evidente che un legislatore intelligente e previdente dovrebbe conoscere bene la materia e legiferare di conseguenza, ma quasi mai è cosi. Se ne accorse chi introdusse delle norme generali che cercavano di tamponare le falle dovute a letture improprie o falsificazioni. La regola del buon padre di famiglia (fai quello che lui farebbe con perizia e onestà) è una di queste od anche il riferimento allo stato dell’arte (fai quello che le conoscenze attuali consentono al meglio). C’è anche il caso in cui tu sia maggiormente capace degli altri; solo allora puoi usare un altro metodo se sei in grado di dimostrare che è più efficiente.

Ma quando anche vi sia un legislatore capace e che si serve di consulenti affidabili rimane pur sempre il nodo del burocrate finale che è sempre eminetemente un ottuso.

Foto, Alessio Oss Emer.

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