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Psicologia. Quando l’odio diventa gioco

11 Novembre 2019

Psicologia. Quando l’odio diventa gioco

Razzismo, violenza, odio, sono le parole che in questi ultimi giorni stanno circolando di più. In effetti un cumulo preoccupante di fatti e misfatti che sono insulti verbali, offese e minacce, e anche azioni barbare e violente nei confronti di chi è diverso per razza, colore della pelle o per condizione sociale che sono gravi e allarmanti, ci fanno dire che è in aumento il pregiudizio e l’intolleranza, la violenza fisica e quella psicologica.
Difficile avere certezze, ma quello che ci appare è un odio in aumento ovunque, nella vita reale e soprattutto in quella si sviluppa online.
Ma non sono solo le nuove tecnologie a far crescere la violenza delle parole. È piuttosto il fatto che il mondo virtuale e i social ci permettono di esprimere liberamente tutti i nostri pensieri e in particolare quei sentimenti meno elaborati e trasformati dalla coscienza.
L’odio, ad esempio, che è una passione forte e intensa, come tutte le passioni è sempre esistita. È però un sentimento e un affetto disturbato, terribile e crudele che porta chi lo vive a spersonalizzare e de-umanizzare la vittima.
Assomiglia a un veleno che si alimenta dell’ “ombra” la quale, come dice Carl Gustav Jung, è la parte che sta dietro ciascuno di noi. Quanto “meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo tanto più è nera e densa”. In altre parole l’ombra, come lato oscuro della nostra vita cosciente, è la sede in cui albergano le passioni negative, forti o deboli che siano, ma in ogni caso necessarie e ineliminabili.
Il problema, caso mai, è la gestione di queste passioni distruttive, soprattutto se non sono riconosciute. Perché, è ancora Jung a ricordarcelo, quando esse provengono dalle profondità dell’inconscio e contengono tracce malate, si manifestano in modo deformato.
Di certo la difficoltà maggiore sta nel saper canalizzare tali sentimenti disturbati. Viceversa lo sviluppo tecnologico e oggi Internet ci consentono di esprimere con facilità e senza freni le pulsioni che dimorano nella nostra pancia.
Quando manca poi un adeguato esercizio della coscienza, la sensazione di tutti, è quella di sentirci autorizzati a poter dire ogni cosa che ci passa per la mente senza la percezione del danno possibile e con il piacere di ferire.
Per queste ragioni l’aspetto più preoccupante non sta tanto nell’anomalia e nella gravità delle manifestazioni evidenti dell’odio, quanto nel rischio che tutti finiscano per abituarsi alle sue parole e a percepire normali quelle espressioni di dileggio e di burla che, secondo la Scala dell’odio di Gordon Allport, sono già il primo step di una catena che è destinata a diventare devastante.
Ci deve allarmare di più, allora, l’odio veicolato senza che possa rappresentare qualcosa di odioso, come l’idea di fare solo un “gioco” che diverte, quando invece si tratta di vera e propria azione offensiva, cosa che accade, ad esempio, nel bullismo virtuale.

 Foto, Giuseppe Maiolo, Docente di Psicologia delle età della vita Università di Trento

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