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Psicologia. Quanto stress a scuola!

9 Settembre 2019

Psicologia. Quanto stress a scuola!

“Che stress la scuola!” “Non ce la faccio più. Mi sento sempre sotto pressione e spesso mi vien da piangere e da gridare”. Sono frasi che ho sentito di frequente dagli adolescenti che incontro, e non sempre si tratta di esagerazioni. Molte volte hanno ragione, la scuola è stressante e lo confermano alcune indagini. Ce n’è una dell’Ocse di qualche tempo fa che in uno studio comparativo a livello internazionale, ha messo in evidenza come i quindicenni italiani risultino essere più ansiosi e meno soddisfatti della loro esistenza dei coetanei di altri paesi d’Europa. Il motivo dichiarato? La scuola. Un buon 70% degli intervistati afferma di sentirsi molto in ansia, anche se preparato, quando ci sono verifiche e compiti in classe e l’85% ha paura di prendere un brutto voto. Le conseguenze di questo stato di cose, sono una serie di disturbi psicosomatici come blocchi emotivi, cefalee, tachicardia, dolori addominali, tremori, insonnia. Insomma i sintomi tipici dello stress.

Definire il perché i nostri ragazzi vivono in modo così preoccupato la scuola non è semplice. Le fonti di stress sono diverse, alcune legate alla vita scolastica e ai suoi ritmi, a volte davvero pressanti con numerose verifiche e interrogazioni, e altre dovute a relazioni difficili con i compagni o a rapporti problematici con alcuni professori. Certamente generano ansia le prevaricazioni e le offese dei bulli, ma anche i primi amori e la sessualità nascente.

Al primo posto, come fonte di stress, c’è però la pressione psicologica dei genitori circa il successo scolastico dei figli. Ci sono le loro aspettative per i voti e anche quelle degli insegnanti che nei confronti di alcuni, a volte i più dotati, premono perché ottengano sempre migliori risultati.

Questo fa si che bambini e adolescenti sentano che per essere riconosciuti e apprezzati bisogna affermarsi a scuola e avere successo. Abituati fin da piccoli a corrispondere a tali aspettative, i giovani crescono con l’idea di dover essere sempre efficienti, primi della classe o, in non pochi casi, studenti perfetti. Va da sé che un’insufficienza non piace a nessuno, ma lo stress nasce proprio dalla presenza di un’esigenza profonda di soddisfare il genitore interno, oltreché quello reale, e dalla continua sollecitazione degli adulti ad essere in competizione con gli altri e con se stessi.

È allora che una prestazione insufficiente può essere vissuta come vero e proprio fallimento, il voto negativo letto non come valutazione di un lavoro povero o espressione di scarsa preparazione, ma come giudizio negativo del proprio modo di essere.

Così quei figli esigenti e preoccupati finiscono per essere studenti super impegnati a portare a casa buoni voti e dare a scuola prestazioni elevate pur di essere accettati. Cercano di dare il massimo e primeggiare ad ogni costo, ma il prezzo da pagare è l’esaurimento delle energie e il crollo psicofisico. Ovvero lo stress.

Su un altro versante invece possiamo trovare giovani con difficoltà a tollerare le frustrazioni perché gli adulti iperprotettivi sempre protesi a difenderli da tutto e preoccupati di evitare ogni sbaglio, li hanno fatti crescere senza la possibilità di cadere o sbagliare. Così siamo attorniati da teenager fragili e delicati, adolescenti insicuri e soprattutto incapaci di tenere botta nelle difficoltà.

Per aiutarli a combattere lo stress e renderli forti e in grado di affrontare le difficoltà della vita, da una parte vanno rese palesi le preoccupazioni che possono venire da reali minacce o da offese oggettivi stati di tensione, ma al contempo aiutati a contrastare lo stress patologico.

Poi, da un punto di vista educativo, in famiglia come a scuola, si dovrebbero ridurre quelle aspettative pressanti che gravano sugli studenti e che riguardano poco la loro vita, ma sono  più connesse alle angosce degli adulti di riferimento e alle loro personali esperienze negative fatte durante la crescita e a scuola, i cui sentimenti dolenti non ancora trasformati, finiscono per essere proiettati sui figli e chiesto loro di fare quello che ai grandi non è riuscito: essere bravi.

 

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