Cultura & Società

Psicologia. Le parole dell’odio, di Giuseppe Maiolo

11 Novembre 2018

Psicologia. Le parole dell’odio, di Giuseppe Maiolo

Le parole dell’odio, contaminano, feriscono le relazioni.
Le parole dell’odio circolano realmente attorno a noi, oggi  più che mai in rete, e attraversano le relazioni, le contaminano e le feriscono. A volte devastano i rapporti reali, altre volte uccidono fisicamente anche quando le parole dell’odio restano virtuali. Perché le parole sanno essere proiettili, frecce avvelenate e mortifere. In fondo tutte le parole non sono mai neutre e innocenti, hanno invece un corpo, un peso e una sostanza. Sono appunto sostantivi, qualche volta anche aggettivi e verbi, ma più di tutto vocaboli che schiacciano come macigni quando veicolano pensieri ostili e emozioni incontrollate.
Diceva Tullio De Mauro che “L’odio non sa fare a meno delle parole”. Anzi, dovremmo dire noi che se ne serve copiosamente soprattutto in questo tempo di avanzata comunicazione digitale in cui è condivisa l’idea che si può dire tutto quello che si vuole ed esprimere liberamente qualsiasi cosa si si pensi o si provi.
Così l’odio on line, chiamato ovunque Hate speech, si moltiplica in maniera esponenziale, si diffonde e si alimenta di tutti quei sentimenti inconsapevoli che albergano dentro ciascuno di noi.  Cresce a  dismisura tra gli adulti spesso esclusivamente autocentranti, ma ancor più si sviluppa tra i bambini e i giovani che, incapaci di governare ciò che vivono, trasformano il bullismo reale in cyber e mettono in circolo con leggerezza e divertimento, le tossine pericolose dell’intolleranza e del disprezzo, degli insulti e della svalutazione.
E poi in rete le parole diventano ancora più odiose e mortifere perché appaiono assolute e senza risposta, deturpano ogni immagine e deformano irrimediabilmente il reale, rendono negativo il diverso quando invece è solo differente o fuori dalla norma, cioè dal dato statistico.
Le parole dell’odio tolgono la dignità e aggrediscono con una misera originalità verbale perché in genere sono espressioni offensive sempre uguali a se stesse, schemi ricorrenti e impersonali che non nascono da un proprio sentire né dall’esperienza diretta.  Sono espressioni violente in sequenza, di solito frasi fatte che si basano su stereotipi e preconcetti, modi di pensare già pronti che non subiscono critica e confronto. Idee non partecipate, ma imposte da chi sa più urlare che dialogare, imporre che condividere. Colpiscono a morte perché narrano un non-sentire e un non-vedere in quanto chi le pronuncia è sintonizzato in modo eccessivo su se stesso, incapace di ascoltare l’altro e “mettersi nelle sue scarpe”.

Giuseppe Maiolo – Psicologia delle età della vita – Università di Trento
www.officina-benessere.it

Foto. giuseppe Maiolo

Giornalista pubblicista, scrittore.
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