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Nuove forme di violenza, dal sexting al revenge porn

5 Dicembre 2017

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Nuove forme di violenza, dal sexting al revenge porn

di Giuseppe Maiolo, psicoanalista   

Accadono in rete storie sempre più strane e fatti reali di particolare gravità.  Alcuni sembrano nascano da pseudo-comportamenti giocosi o da atteggiamenti divertiti che sovente però si rivelano pericolosi e dagli esiti fortemente negativi. Si pensi al gioco del selfie che attrae minori e adulti ma che facilmente può diventare sexting e di revenge porn. Parole nuove, poco conosciute ma purtroppo in rapida diffusione e dai risvolti devastanti.   Se il sexting è il divertimento di far girare on line tra bambini e adolescenti materiale fotografico e video sessualmente esplicito, per il revenge porn si tratta di una vera e propria cattiveria che non ha nulla divertente.

Con il sexting, che è una variante del cyberbullismo, si prendono in giro i pari e si mettono in piazza comportamenti privati che andrebbero rispettati.

Con il revenge porn, cioè la vendetta pornografica, si agisce spesso tra adulti in maniera deliberata per colpire e umiliare la vittima prescelta. Qualche volta si tratta di una minaccia o di un ricatto orientato a colpire gravemente spesso una donna che ha deciso di chiudere una relazione con il proprio uomo. In molti altri casi invece è atto umiliante di violenza e di abuso che si realizza dando in pasto alla rete e sui social più frequentati, foto e video di attività sessuale di chi si vuole ferire in profondità. È un vero e proprio abuso, in qualche caso un colpo mortale, che esercitano in gran parte i maschi che non sopportano la conclusione di un rapporto. E sono donne a volte ignare di così tanta violenza, qualche volta troppo ingenue per riconoscere il pericolo.  Sono donne violentate da compagni o mariti che inizialmente le coinvolgono in apparenti “giochi” sessuali ma che altro non sono che forme camuffate di abuso. Perché un amante che non rispetta il minimo della riservatezza e dell’intimità della coppia, molto probabilmente non sta comunicando una vera matura affettività.

Ci si chieda se in questo caso non prevalga sui sentimenti un morboso voyerismo o un patologico tratto narcisistico di chi ti coinvolge nel “gioco” seducente di mettere in piazza la tua vita privata.  Di solito tutto ha inizio con un iniziale consenso alla diffusione di immagini e video che fa percepire una elettrizzante complicità, quando invece si tratta di vera e propria manipolazione psicologica.  La vittima non sembra in grado di vedere che quella che sta vivendo non è relazione sentimentale e nemmeno un piacevole gioco sessuale tra adulti consenzienti. Si tratta invece di vera e propria perversione.

Al di là di qualsiasi considerazione che potrebbe apparire come moralistica viene, ancora una volta, da chiedersi se il problema della vendetta sessuale, possa essere arginato non solo e non tanto con nuovi strumenti di difesa o norme repressive totalmente da scrivere, quanto con appropriati atteggiamenti educativi da utilizzare con le nuove generazioni digitali. Forse bisognerebbe evitare di normalizzare quei comportamenti che rendono un po’ tutti gli adulti fotoreporter d’assalto che pubblicano ogni cosa personale e lo offrono al mondo intero.

Di certo potrebbe essere necessario fare in modo che si insegni già ai bambini (e non solo a parole) quali sono i fatti privati che devono rimanere tali. Educare al tempo dei social significa ancora una volta cercare di coniugare educazione alle emozioni, alla sessualità e alla tecnologia digitale. Ma più di tutto serve far crescere giovani capaci di sviluppare un loro pensiero critico che permetta di non credere sempre a tutto. Fare in modo che diventino adulti in grado di esercitare l’arte del dubbio. E per questo c’è bisogno di educatori attrezzati e competenti che come diceva José Ortega Y Gasset “sappiano insegnare anche a dubitare di ciò che gli insegnanti insegnano”.  

In foto: Giuseppe Maiolo  

 

 

 

 

 

 

 

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