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Una frase incompresa

13 Novembre 2017

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Una frase incompresa

“Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no…”

Avete letto questo incipit? Questo è Primo Levi. “Se questo è un uomo” il suo scritto più tremendo, la sintesi di ciò che facevano i nazisti in campo di sterminio: spogliavano mentalmente i prigionieri che da uomini diventavano numeri, erano automi che aspettavano inermi il proprio destino. Primo Levi visse quelle disgrazie ed infatti in queste poche parole traspare tutta la sua sofferenza, mai sopita in tutta la vita. Mancava la sicurezza nei campi, non esistevano regole, era questo la psicologia nazista d’annientamento. Portare i calzoni in un certo modo un giorno poteva ucciderti, l’altro no. L’annientamento parte dalla follia di non aver regole di sopravvivenza. Quel che ti salva oggi può ucciderti domani, una roulette continua. Primo Levi rimase in balia della voglia o meno d’uccidere dei propri aguzzini e nel libro citato il lettore rivive la stessa angoscia. Torniamo a Bolzano ed usciamo per un attimo dalla polemica infuocata riguardante il metter le mani a posteriori su monumenti, atto che rischia d’ottenere l’effetto contrario. La frase invece proiettata sull’ ormai famoso “Mussolini a cavallo”, ovvero “nessuno ha il diritto d’obbedire” arriva da un ragionamento della filosofa Arendt formulato sulla vicenda Eichmann. Il nazista, lucidissimo, si difese sempre sostenendo d’aver applicato la legge in vigore. In pratica “per legge” era del tutto legittimo perseguitare ed uccidere ebrei.  Con la sentenza effettivamente pronunciata, si fece quanto dovuto (condannare a morte Eichmann) mediante mezzi sbagliati, ovvero tenendosi dentro le leggi di Israele, non definendo veramente quel che Eichmann aveva davvero fatto. L’unica ipotetica sentenza che per la Arendt avrebbe avuto senso sarebbe stata basata sulle obiezioni di Karl Jaspers: Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, cioè alla sua base, il diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro. Uccidendo più razze si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità. Quindi “nessuno ha il diritto d’ubbidire” ad ordini disumani e palesemente contro l’umanità. Questo significa la frase della Arendt, in presenza di torti e leggi che portano all’annientamento dell’umanità si ha il diritto di non rispettarle. Il concetto è semplice, apparentemente banale, perché quindi non è chiaro ai più? Perché la nostra società post guerra non ha adeguatamente creato gli anticorpi a ciò che avvenne, o meglio, ha agito spesso come dittatura, imponendo idee e ragionamenti. Il vero insegnamento della Arendt è proiettato ma non compreso fino in fondo, segno che una parte notevole di popolazione non ha chiarissimo cosa avvenne durante lo sterminio nazista. Chiariamoci, Primo Levi fu un annientato, un chimico che faticò a laurearsi perché ebreo mentre la Arendt già era a New York. Due storie importanti, ma se la filosofa ha potuto combattere con il ragionamento, Levi lo ha dovuto fare con il fisico. Il messaggio di Levi è primario, primordiale e ci fa sentire il puzzo di sangue e morte, quello della Arendt è validissimo ma più accademico, formulato avendo vissuto un dramma di popolo non in prima persona. Nel 1940 sposò il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher, con cui emigrò (assieme a sua madre) negli Stati Uniti, con l’aiuto del giornalista statunitense Varian Fry. Divenne attivista nella comunità ebraica tedesca di New York, e scrisse per il periodico in lingua tedesca Aufbau. Il povero Levi invece venne deportato nel peggior campo di sterminio della storia. La differenza del pensiero sta anche nell’approccio. Levi non aveva più i mezzi intellettuali per formulare un concetto che spiegasse il perché della ferocia nazista, Levi fu annientato, la Arendt no, poté anzi combattere dagli Usa a colpi d’attivismo. Levi tornò straziato, la Arendt nel dopoguerra non visse il trauma degli internati, mai del tutto fuori mentalmente dai campi. Levi non si salvò nell’animo e fino alla morte i fantasmi del nazismo lo tormentarono. La gente comune s’immedesima nella fisicità del dolore, nel martirio di Levi molti hanno compreso cosa fu il nazismo, lo scempio dell’essere umano che disintegra i propri simili. La frase proiettata invece ricorda un cavillo da processo, una formula linguistica per incastrare chi avrebbe voluto passarla liscia. La medesima battaglia, ma combattuta su piani diversi, uno fisico e l’altro intellettuale. Chiariamoci, il fascismo non ebbe una forma mentis d’annientamento dell’uomo, fu una liturgia politica, ma rimase in quell’ambito. Il nazismo fu esoterico, traslò in qualcosa di più, i nazisti si credevano eletti, i fascisti no. Ma il paradosso più grande, oltre che lo studio errato di questi regimi, è questo: questi temi non sono trattati come dovrebbero a scuola e nella vita di tutti i giorni. Più che scritte e proiezioni andrebbero distribuiti e spiegate integralmente le parole di Primo Levi (quelle della Arendt in un secondo momento, a mente pronta), la copia del libro donata dal Comune alla cittadinanza. Leggendo quella scritta e sentendo i commenti perplessi di quelli intorno a me ho paura, penso che la stiamo perdendo ancora una volta questa umanità, ci siamo fermati alla deturpazione di un bassorilievo quando il vero problema è tutt’altro. Siamo degli struzzi. Solo conoscendo e studiando si creano gli anticorpi in grado di farci comprendere quanto assurdi siano certi pensieri, solo studiando la disumanità diventiamo umani.

“Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no…”

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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