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Le gioie dell’elettronica nella vita di cinque djs di Berlino

15 Settembre 2017

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Le gioie dell’elettronica nella vita di cinque djs di Berlino

Dallo studio al club il ritratto di una cultura nel film di Romuald Karmakar! E al Museion va in scena Pension Europa.

Con Transart, lunedì è Movie Monday, la rassegna nella rassegna che si tiene a Bolzano, al Film Club di via Dr. Streiter, dedicata al cinema nelle sue espressioni più contemporanee.
Lunedì 18 settembre verrà proiettato il documentario Denk ich an Deutschland in der Nacht, di Romuald Karmakar, incentrato sulla vita di cinque pionieri della musica elettronica. Karmakar si è guadagnato negli anni la fama di regista di culto, soprattutto grazie ai suoi documentari. Raggiunto dal successo, quasi trentenne, grazie al “Kammerspiel” Der Totmacher, Karmakar aveva già alle spalle dieci anni di pratica come documentarista autodidatta e, ad eccezione dei lungometraggi Manilae Die Nacht singt ihre Lieder, la sua produzione è quasi esclusivamente documentaristica.
Solitamente affascinato dagli aspetti più oscuri e triviali dell’essere umano, che ritrae con onestà, in Denk ich an Deutschland in der Nacht Romual Karmakar si rivolge invece ad un’altra sua passione: il mondo della musica elettronica. Dal 2003 infatti il regista si è occupato varie volte della cultura del clubbing e dell’universo notturno dell’ “electronic music”, interessato tanto ai suoi aspetti sociali quanto ai processi creativi.
Prendendo spunto, non senza una buona dose di ironia, dal primo verso della poesia di Heinrich Heine Nachtgedanken, Karmakar si propone di seguire cinque DJs nel loro lavoro, tra lo studio e le nottate nei club.
La scena si apre su una natura morta di apparecchi elettronici, grovigli di cavi, macchinari lampeggianti e, nel mezzo, seduto su una sedia girevole tra enormi amplificatori, Ricardo Villalobos, protagonista di un altro documentario di Karmakar dedicato al clubbing e al suo milieu, Villalobos, intento a suonare un disco degli anni ottanta da cui esce la voce di un muezzin. Una sequenza di cinque lunghi minuti, un espediente per nulla inconsueto per Karmakar che ricerca con pazienza un modo di ritrarre e documentare il processo creativo.
Dallo studio ai club, attraverso le vicende dei cinque protagonisti, il regista esegue un vero e proprio ritratto di una cultura che è tutta contemporanea, ma che ha ormai una storia decennale alle spalle. Cinque artisti / musicisti che hanno fatto della musica elettronica la loro vita, un connubio, quello tra arte e vita, degno della migliore avanguardia, in una incessante ricerca della perfezione sonora, con grande curiosità per tutti i suoni del mondo, dalla natura all’artificio.

Transart prosegue mercoledì 20 settembre alle ore 20.30, con un appuntamento con il teatro d’avanguardia.
Il piano -1 del Museion è il palcoscenico scelto per l’occasione. D’altra parte sono pochissimi gli elementi che la pièce richiede: qualche sedia, un disco bianco sul pavimento, un appendiabiti. La scenografia di Pension Europa, lo spettacolo di Martin Gruber nominato al Nestroypreis 2015, è sobria, scarna, pensata per creare poche immagini forti e pure.
Su questo palcoscenico ridotto all’osso si muovono sei figure, sei donne vestite solo di reggiseni e mutande color carne. Una serata tra donne alla disperata ricerca di una visione, una vera e propria esplorazione delle “secche” della quotidianità, rappresentata senza fronzoli, analizzata e discussa senza timori. Dalle bocche delle protagoniste emergono verità scomode, illusioni, confessioni bizzarre, scurrili, schiettamente sincere, talvolta tragiche.
Gruber lascia parlare i suoi personaggi, divertendosi nel raccontare storie di banale quotidianità che però, pezzo per pezzo, vengono a costituire un quadro assai più ampio, di respiro più ambizioso. E così si svela la ragione del titolo: “Pension Europa”. L’Europa stessa nel suo concetto vince o si sgretola nei piccoli fatti della quotidianità, una verità raccontata con forza e sferzante umorismo dalle attrici della compagnia viennese Aktionstheater Ensemble, e Claudia Tondl, a cui si deve in parte la stesura del testo.

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