Cultura & Società

Bullismo. Ragazzine, “piccole aguzzine” crescono

25 Luglio 2017

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Bullismo. Ragazzine, “piccole aguzzine” crescono

Bulli e bulle per me pari sono.
di Giuseppe Maiolo, psicoanalista.

Ci sono tempi come i nostri che vedono comportamenti e modi di agire che si vanno trasformando radicalmente. Tra questi ce n’è uno che sta prendendo sempre più spazio e che esordisce precocemente: si chiama bullismo ed è caratterizzato da azioni di prevaricazione e offese di notevole gravità. Perché si tratta di un vero e proprio comportamento violento, non di semplici azioni di divertimento o di casuali bravate di ragazzi e ragazze. È azione di sopraffazione fisica o psicologica, verbale e non verbale, diretta o indiretta che un bambino o un adolescente esercita intenzionalmente e in modo ripetuto nei confronti di un pari. In più oggi interessa in misura quasi uguale sia i maschi che le femmine.
Fino a qualche anno fa pensavamo che il fenomeno fosse appannaggio dei ragazzini e che le femmine appartenessero quasi esclusivamente al gruppo delle vittime. Invece ora sappiamo che vi è un consistente bullismo femminile subdolo e pericoloso, fatto non tanto e non solo di azioni di prevaricazione fisica, quanto piuttosto di soprusi di natura psicologica, di offese che mirano a ferire profondamente la dignità individuale e che, prendendo di mira l’aspetto estetico, puntano all’emarginazione e all’esclusione della vittima designata.
La modalità di azione, tuttavia, anche tra le femmine è la solita: ti provoco, ti offendo, ti umilio per il piacere di farlo, per farti vedere che sono più forte, ma anche per mostrare agli altri quanto so fare e come so cavarmela. Il tutto condito da una certa dose di divertimento che altera la percezione della sofferenza della vittima. Questo appartiene a una diffusa cultura della violenza che valuta più bravo chi “sa cavarsela”, chi “si arrangia” da solo e si fa valere. Alcune ricerche come quella del Censis del 2016, indicano che il bullismo al femminile è in crescita ed è frutto di un’educazione sbilanciata più a favore della competizione che alla promozione di cooperazione, più propensa a valorizzare chi ha grinta e forza aggressiva.
Sappiamo con certezza, ormai, che il bullismo si sviluppa all’interno di zone di conflitto relazionale e dove mancano gli adulti con funzioni normative. Nasce dove le relazioni sono realmente povere e l’aria che si respira è avvelenata da continui comportamenti di prevaricazione e di abuso, espressi apertamente o anche in forma latente. Bullo e bulla allora non hanno altro modello che questo da utilizzare. Duplicano la violenza e mettono in scena le doti di abusanti appena possono e con forte determinazione. Vittime pure loro di un contesto familiare disturbato e malsano, anche le bulle finiscono per trasferire su altri una rabbia antica e rimossa, trasformandosi da maltrattate in maltrattanti.
Se è vero che un po’ tutti ci stiamo abituando a vedere distrattamente e senza alcun intervento piccoli bulli crescere e terrorizzare interi gruppi di pari a scuola o nei luoghi di aggregazione, capita ancora di più di non saper cogliere la violenza del bullismo femminile. Forse perché le azioni di sopruso e di prevaricazione per lo più non sono fisiche, né rudi e rozze ma sono offese sono sottili, più simili alle sevizie psicologiche, affilate e taglienti, capaci di ferire in profondità, minare l’autostima, l’immagine di sé, l’equilibrio interno.
La bulla che emerge ha un femminile determinato e spietato, assomiglia a un’aguzzina crudele, corazzata ma priva di empatia. Per contro si sceglie una vittima fragile, debole, sottile e precaria, sulla quale può esercitare senza difficoltà la sua forza negativa e sovrastante.  Spesso si tratta di una vera e propria azione di rivalsa, in quanto le bulle di solito provengono da un contesto familiare del tutto “normale”, dove magari è stata sperimentata solo la prepotenza di un fratello o di una sorella alla quale nessuno degli adulti di riferimento ha saputo dare contenimento. Allora quel bullismo femminile ancora una volta sembra essere collegato all’ambito familiare  e alla scarsa o mancante autorevolezza delle figure genitoriali che non esercitano i necessari compiti educativi di controllo e di sostegno.

Foto, Giuseppe Maiolo, psicoanalista

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