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Autocontrollo dove sei? Aumenta la violenza quotidiana

18 Luglio 2017

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Autocontrollo dove sei? Aumenta la violenza quotidiana

di Giuseppe Maiolo, psicoanalista.

A leggere le cronache di scontri insignificanti che si trasformano in tragedia o di litigi che diventano il drammatico palcoscenico della distruttività, vien da inorridire. Ci sono momenti in cui sembra un bollettino di guerra. Per placare l’angoscia c’è chi arriva anche a scomodare la meteorologia e la calura estiva come responsabili delle azioni fuori dal controllo della ragione.
In realtà il caldo può infiammare il corpo e accendere gli animi in maniera eccessiva, può accecare la coscienza, ma non trasforma in assassini. Eppure i fatti gravi di violenza che si sono verificati negli ultimi tempi sembrano dire che c’è un confine sottile tra la ragione e la passione.
Tuttavia non è la follia o il raptus che obnubila la mente e conduce ad azioni devastanti, quanto la capacità o meno di saper contenere e gestire passioni e sentimenti, emozioni e stati d’animo.
Per quanto la linea di contenimento delle passioni possa essere sfumata, anzi sfumatissima, il problema vero, molto spesso, è quello dell’autocontrollo.
Non si tratta quindi di cercare tra quadri psichiatrici il significato di certi atti di inaccettabile violenza che si scatenano per ragioni futili e banali. Molte azioni di violenza nascono all’interno di un tessuto psichico normale ma povero o assolutamente privo di strumenti di autoregolazione, dove sembra esigua la capacità di ridimensionare le emozioni più esplosive che, invece, finiscono per emergere allo stato puro.
Nella stragrande maggioranza dei casi chi perde il lume della ragione e lascia esplodere la propria rabbia incontrollata, è solitamente un individuo capace di intendere e volere ma incapaci di gestire i propri impulsi aggressivi e frenare le pulsioni che si sviluppano nel corso di ogni conflittualità.
Non si tratta nemmeno di immaginare che la violenza si riduca eliminando i conflitti, quanto piuttosto di riconoscere la necessità di essere adeguatamente attrezzati a gestire gli scontri e le divergenze, “so-stare” nel conflitto e saperlo attraversare.
Purtroppo, invece, viviamo una estesa soggettività e una diffusa indifferenza che si somma ad un impasto informe di passioni ed emozioni che rimuoviamo e non sappiamo come maneggiare. Non si tratta di mancanza di valori, quanto piuttosto di mancanza di strumenti di lettura per ciò che sentiamo noi e per quello che provano gli altri. È spesso un vuoto di significati e una carenza di empatia che ci rende distanti e distratti, e nel conflitto non ci permette di vedere le ragioni dell’altro.
Le azioni non hanno un valore perché non sono inserite in un codice di comportamento. Sono scollegate tra di loro e caso mai assumono un significato solo se consentono un brivido di eccitazione nella piattezza della quotidianità.
I gesti sembrano importanti solo se dirompenti, eccessivi, fuori dal comune perché così è possibile attrarre l’attenzione, essere visibili, avere un ruolo e una dimensione.
Farsi vedere a qualsiasi costo, “bucare” con i propri comportamenti provocatori e offensivi lo spazio di una collettività cieca e sorda, certamente distratta dal continuo frastuono mediatico, spesso è l’unica motivazione che sta al di sotto di molta della violenza più quotidiana che ci attornia.

Foto, psicoanalista Giuseppe Maiolo

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