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LA PAROLA ALLO PSICOANALISTA.

13 Marzo 2017

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LA PAROLA ALLO PSICOANALISTA.

Molti teenager, soprattutto maschi, si rinchiudono in se stessi.

Che fare per superare paure, insicurezze, disagio?

di Giuseppe Maiolo.

Li riconosci perché non li vedi. O meglio, sono quei ragazzi che si isolano per paura del mondo e che in alcuni casi è vero proprio panico. Si nascondono e si ritirano. Sono adolescenti tra i 14 e 18 anni, a volte anche più giovani, che sfuggono dai contatti sociali e temono le relazioni con i pari, il confronto, la scuola. Timidezza e insicurezza? Si ma troppa, acuta, irriducibile. Non di rado è l’angoscia per le relazioni sociali che li spinge a isolarsi dagli altri e a scappare dalla vita reale. Lo si definisce isolamento sociale ed è la manifestazione di un profondo disagio. In Giappone, il fenomeno conosciuto con il nome Hikikomori che significa ritirarsi, è esteso. Allarmante. Ma anche in Italia preoccupa perché sta diffondendosi e, perché in alcuni casi, è ritiro totale.

Sembra infatti che siano in aumento quei teenager, soprattutto maschi, che ad un certo punto della loro crescita avvertono sempre più chiaramente una sensazione forte di disagio e paura, acuta, della scuola e del confronto con i compagni. Allora gradualmente ma con sempre maggiore determinazione si chiudono in casa, nella loro stanza, al riparo da tutti e da tutto. Unica finestra aperta sul mondo: un PC e il collegamento internet.

Il ritiro dalla scuola e il rifiuto dei contatti con il gruppo non sono cosa nuova in adolescenza. Sono comportamenti che vanno sotto il nome di fobia scolare. Ma non vuol dire che questa fobia sia prodotta esclusivamente da Internet e dalle nuove dipendenze. La rete in cui questi ragazzi si rifugiano chiudendosi nella loro camera, però è una sorta di rifugio protettivo, un ritiro rassicurante. Certamente una fuga.

La scuola non c’entra. Tantomeno il rendimento scolastico. Anzi solitamente si tratta di adolescenti ben attrezzati da un punto di vista intellettivo. È più la paura o la vergogna sociale che attiva in loro il bisogno di richiudersi in una stanza e separarsi dalla vita reale, annullare l’immagine fisica del proprio corpo e il confronto con i pari. Il fenomeno del ritiro sociale, pertanto, ha una forte valenza simbolica che va colta è trasformata perché l’illusione del rifugio non si trasformi in prigionia totale.

Su questo aspetto è necessario riflettere. Il problema sta nel fatto che questo nostro tempo digitale fornisce ai minori l’idea che l’amicizia e i contatti virtuali possano essere sempre meno relazioni reali. Per una serie di circostanze sociali oggi le relazioni umane sono critiche, difficili, frustranti e insoddisfacenti. I rapporti sempre più dominati dalla competizione e dalla prevaricazione. La famiglia, a volte assente, viene percepita dai ragazzi come distante e concentrata più sui risultati e sulle prestazioni scolastiche che sulle loro esigenze. La scuola è lontana, lontanissima dai loro interessi, parla un’altra lingua e dispensa “saperi” con strumenti invecchiati: non affascina più.

Meglio allontanarsi o estraniarsi da questo mondo reale e proteggersi immergendosi nel virtuale. In altri termini un simile comportamento può essere letto sia come protesta che come grido di aiuto. Soprattutto è un messaggio di dolore quello dei ritirati che richiede dagli adulti un intervento urgente perché la dimensione autoprotettiva, per certi versi funzionale al processo di crescita, non richiuda per sempre chi sta aprendosi alla vita

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