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Bolzano. Mostra fotografica al Liceo G. Pascoli di Bolzano

6 Novembre 2016

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Bolzano. Mostra fotografica al Liceo G. Pascoli di Bolzano

Io non odio, la storia di Zijo – a cura di Andrea Rizza Goldstein

Inaugurazione l’8 novembre alle 11.00 al liceo G. Pascoli di Bolzano. Via Grazia Deledda 4

Durata: 8 – 22 novembre

Zijo Ribic e il massacro di Skočić

Skočić era un villaggio della Bosnia orientale, abitato prevalentemente dal clan familiare di Zijo Ribic, rom musulmani, una fiorente comunità stanziale di agricoltori, operai specializzati e artigiani che vivevano in ottimo rapporto con Serbi e Bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Il 10 luglio 1992 una formazione paramilitare entrò nel villaggio. “Quella notte”, ci racconta Zijo, che oggi ha 32 notte, “avevamo deciso di rimanere tutti insieme nella grande casa di un nostro parente; da qualche giorno avevamo paura. Quando abbiamo sentito arrivare i camion non potevamo immaginare cosa sarebbe successo. I paramilitari serbi hanno cominciato a picchiare gli uomini, volevano oro e denaro. Hanno stuprato mia sorella maggiore, Zlatija, davanti a tutti. Aveva tredici anni. Quindi l’hanno picchiata perché portava al collo una croce ortodossa d’oro. Dopo ci hanno raggruppati tutti davanti alla casa. Hanno detto che non ci avrebbero fatto niente e che ci avrebbero portati da un’altra parte. Ci hanno caricati sui camion e portati in un villaggio vicino dove avevano già scavato una fossa comune. Ci hanno fatti scendere uno alla volta. Prima mia madre con mio fratellino, poi sono venuti a prendere me. Avevano appena finito di stuprare nuovamente mia sorella maggiore. Io piangevo, chiedendo di vedere mia madre. Mi risposero che l’avrei rivista subito. Hanno ucciso tutti, uno alla volta: i miei genitori, i miei fratelli e le mie sorelle, gli zii, i cugini. Poi è arrivato il mio turno. Ho sentito un colpo di lama nel collo e degli spari. Sono caduto e mi hanno gettato nella fossa insieme agli altri che avevano appena ammazzato. Io avevo 7 anni, ero soltanto ferito ma mi finsi morto; dopo qualche ora uscii dalla fossa comune tutto sporco di sangue e scappai nei boschi. Arrivato sanguinante in un villaggio vicino, fui soccorso da una donna e da due soldati Serbo-bosniaci dell’Esercito Popolare Jugoslavo che mi lavarono e medicarono. Sono cresciuto dapprima in un orfanatrofio in Montenegro, poi a Tuzla, dove ho frequentato la scuola alberghiera e mi sono diplomato cuoco.”

Al raggiungimento della maggiore età Zijo fu ospitato a Casa Pappagallo, una struttura gestita da Tuzlanska Amica, per ragazzi e ragazze che usciti dall’orfanotrofio non hanno altro luogo dove andare. In quegli anni conosce Nataša Kandić, sociologa di Belgrado, Premio Internazionale Alexander Langer 2000, impegnata fin dall’inizio del conflitto nella ex-Jugoslavia nella denuncia dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani, e si convince a raccontarle la sua storia. Dopo le indagini preliminari condotte su mandato del Tribunale per i Crimini di Guerra di Belgrado presso cui è stata fatta la denuncia, nel 2010 è iniziato il processo contro gli autori del massacro di Skočić.

Nel febbraio 2013 sette appartenenti alla formazione paramilitare responsabile del massacro, grazie anche alla testimonianza di Zijo, sono stati condannati per crimini di guerra dal Tribunale di Belgrado, ma purtroppo in appello solo sono stati assolti. “La prima volta che ho rivisto il comandante del gruppo”, racconta Zijo Ribic, “mi è passato di tutto per la testa, poi ho pensato che se mi facevo vincere dall’odio, sarei diventato uguale a loro. Io non sono uguale a loro. I miei genitori non mi hanno insegnato a odiare. Non posso e non voglio dimenticare quello che è successo alla mia famiglia e al mio villaggio. Ma posso decidere di non odiare. È difficile, ma da qualche parte dentro di te puoi trovare la forza per riuscirci.”

A gennaio del 2016, ha sepolto quattro delle sue sorelle uccise nel 1992. Le altre due sorelle e il fratellino sono stati ritrovati nella stessa fossa comune, ma i loro resti erano troppo parziali e Zijo ha deciso di aspettare a seppellirli.

 

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