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“Black box” mostra personale di Simon Perathoner alla 00A Gallery di Merano

3 Ottobre 2016

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“Black box” mostra personale di Simon Perathoner alla 00A Gallery di Merano

Simon Perathoner Black box
Inaugurazione: venerdì 7 ottobre 2016, ore 19.30 alla 00A Gallery, Via Ortenstein 4, 39012 Merano

A cura di Camilla Martinelli

Il programma autunnale della galleria meranese 00A Gallery, inaugura venerdì 7 ottobre alle 19.30 con “Black box”, mostra personale di Simon Perathoner. Il giovane artista gardenese, dopo aver frequentato l’Accademia d’arte di Ortisei, ha proseguito gli studi presso l’Università di Vienna e di Venezia, dove si è laureato rispettivamente in Fotografia e Nuovi media per le arti. Il suo lavoro artistico si discosta completamente dalla tradizione gardenese e richiama un orientamento di matrice concettuale che si serve della sperimentazione tecnica per riflettere in senso filosofico sulla natura del medium fotografico. La mostra ripercorre la produzione più recente dell’artista, presentando opere di natura sia analogica che digitale e proponendo alcuni interventi pensati appositamente in occasione del progetto. Il lavoro di Perathoner riflette sulla codifica a transcodifica delle immagini, sul rapporto tra fotografia e scrittura e sull’enorme quantità di dati che vengono conservati su hardware sempre più piccoli. La poetica dell’artista parte dal presupposto che uomo e macchina comunichino attraverso il codice e che l’utensile impiegato in fotografia per realizzare le immagini, ovvero la macchina fotografica, sia da intendere come dispositivo reso possibile dall’ingegno collettivo e conseguentemente operante come generatore di immagini che non possono essere ascritte ad un’autorialità unitaria.
L’invenzione delle immagini tecniche ha profondamente modificato il nostro rapporto con la realtà. Il potere illusorio della fotografia ci ha lasciato far credere che quanto registrato attraverso gli apparecchi, possa rimandare a qualcosa di autentico. Nonostante il mezzo fotografico si sforzi ad afferrare la realtà, a un’analisi attenta risulta chiaro che l’immagine è sempre un’altra cosa rispetto all’oggetto fotografato. I colori del paesaggio che distinguiamo in fotografia, non sono altro che fattori chimici, perché la macchina è programmata così da tradurre queste informazioni in immagine. Le fotografie ci circondano ovunque, se osservate con occhi ingenui esse sembrano rappresentare, rimandare a qualcos’altro, a stati di cose che provengono dal mondo. Quello della fotografia è invece da intendere come il mondo del fotografo e dell’apparecchio di cui si serve per realizzare immagini, una nuova realtà che non ha nulla a che fare con un invisibile metafisicamente presupposto. Quando Massimo Cacciari scrive che del fotografico lo colpisce non sua capacità di duplicazione, ma l’opposto, cioè il “totale disaccordo tra figura fotografica e realtà”, tra oggetto e rappresentazione dello stesso, affronta una questione cruciale. La fotografia infatti non rende possibile la ripresentazione della realtà, ma mostra in questo senso la totale impossibilità di duplicazione della stessa, affermandosi come nuova realtà in sé e conservando i tratti familiari della realtà apparente, “questo è davvero il carattere inquietante e seducente della fotografia” scrive Cacciari. Fatto sta cha la realtà simulata diffusa dalle nuove tecnologie offre ai nostri sensi qualcosa di complesso a cui rapportarsi. L’immagine tecnica è un’immagine prodotta da apparecchi e in quanto tale rappresenta complessi di simboli molto più astratti rispetto alle immagini tradizionali. L’apparecchio è uno strumento in potenza, un utensile che attende di eseguire qualcosa, ovvero di produrre fotografie. Ortega y Gasset fa risalire la necessità della tecnica alle imperfezioni degli organi umani, si hanno quindi delle tecniche di integrazione, tra le quali in riferimento alla sfera visiva rientra la fotografia. Gli utensili detengono il ruolo di estensori degli organi del corpo umano, simulano l’organo che prolungano. La possibilità di esteriorizzare gli organi ha dato luogo alla realizzazione di macchine sempre più complesse e in seguito anche all’esteriorizzazione della memoria e del pensiero logico-matematico. Gli apparecchi sono calcolatori ideati per simulare certi processi mentali e in questo senso “intelligenze artificiali”: simulano il pensiero combinando simboli analoghi a numeri. Marshall McLuhan affermerà che “nelle ere della meccanica, avevamo operato un’estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio”. Qualsiasi tecnologia costituisce un medium, e in quanto tale genera un messaggio da rapportare a quelli generati da media esistenti, all’immaginario visivo mediatico che comporta necessariamente “implicazioni sociologiche e psicologiche”. La cultura del simulacro con Jean Baudrillard ha posto l’accento sul fatto che l’immagine non sia altro che un sostituto, un surrogato della realtà, un riflesso dell’autentico. La simulazione si avvale di simulacri non per replicare il reale, bensì per configurare una nuova realtà, nella quale gli individui, resi essi stessi simulativi, si possano trovare a loro agio. Non a caso Baudrillard è stato il padre di una certa cinematografia, si pensi al film “Matrix”.
Le immagini tecniche onnipresenti intorno a noi stanno operando una ristrutturazione totale della nostra realtà. L’apparecchio agisce in funzione del fotografo e il fotografo deve voler fare ciò che l’apparecchio è in grado di fare, nonostante la scelta dell’oggetto sia libera, essa è comunque in funzione del programma dell’apparecchio. Ciò vale per tutto l’agire dell’era postindustriale, che è essenzialmente un agire programmato. Se vogliamo decodificare puntualmente un dipinto, dovremo decodificare la codifica avvenuta nella testa del pittore, se vogliamo invece decodificare una fotografia, dovremo farlo tramite la codifica avvenuta nell’apparecchio. Nessun apparecchio fotografico ben programmato può essere interamente compreso da un fotografo, per questo secondo Vilélm Flusser è un “Black box” (da qui l’ispirazione del titolo della mostra). Il gesto del fotografo è mosso in questo senso da una conoscenza parziale, dall’infinita possibilità intrinseca a un’intelligenza artificiale che genera la possibilità di produrre stati di cose mai esistiti prima. Oggi di fatto siamo andati anche oltre al simulacro, ci relazioniamo infatti a realtà parallele che non corrispondono più a riflessi della realtà vera, ma a nuove realtà artificiali che non sono nemmeno più protesi delle nostre facoltà sensoriali, bensì poli autonomi con i quali interagire (videogiochi, web). Il modello interpretativo che ha posto la tecnologia al centro di ogni processo culturale è al centro della poetica di Perathoner e ci guida al di là delle metodologie interpretative che hanno fatto della forma fisica il loro esclusivo oggetto di attenzione. Le opere dell’artista gardenese invitano a ripensare l’ontologia delle immagini tecniche e a prendere atto di una nuova forma di realtà simulata che ha definitivamente affiancato la realtà “vera”.

La mostra di Simon Perathoner rimane aperta il fine settimana dell’inaugurazione, dal 7 al 9 ottobre, e quello seguente, dal 14 al 16 ottobre, dalle 14.00 alle 21.00. Sabato 15/10 alle ore 16.30 si terrà una visita in compagnia dell’artista, entrata gratuita.

BIOGRAFIA

Simon Perathoner è nato nel 1984 a Ortisei, Val Gardena. Ha studiato Graphic Design presso la Scuola d’arte di Ortisei, conseguito una laurea in “Arti e Nuovi Media” presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e un corso di perfezionamento in Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna. Nel 2013 ha vinto il Torino IGAV Residency Award.  Ha partecipato a varie mostre collettive in Italia e all’estero: “Verbovisioni”, Magazzini del Sale, Venezia e “Speak Together”, Foyer – Kaiserliche Hofburg Innsbruck, Austria (2015); “Relations in Form – beyond the border”, Quartair, Den Haag, Olanda, “Mapping effekt – The Area of Bustle”, 12th International Festival of Contemporary Art, Ptuj, Slovenia (2014); “Landshape”, SpazioULTRA, Udine; “The Others”, ex jail “Le Nuove“, Art-Fair, Torino, “ThisAge” Galleria A+A, Venezia (2013); “Antidepressiva 2”, Clubschiff “Johann Strauß”, Donaukanal, Vienna, “Unreal Nature”, Hufak Offspace – Die Angewandte, Vienna (2012); “BYOB” @ Internet Pavillion of the 54th Venice Biennale, San Servolo, Venezia, “Art Night – Venice”, Palazzo Grassi walls, Venezia (2011). Vive e lavora a Venezia e Bolzano.

La 00A Gallery si trova in Via Ortenstein 4 a Merano, nel cuore della città vecchia, è uno spazio no-profit che propone mostre dedicate alla fotografia e promuove la creatività locale. Fino agli inizi del 2017, sono previsti vari eventi espositivi, che vedranno esporre artisti quali: Andrea Salvà, Werner Gasser, Elisabeth Hölzl, Johannes Inderst & Ornela Cecrezi e Ulrich Egger.

Sito web: www.00agallery.it

Pagina facebook 00A Gallery: facebook.com/00aGallery

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