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Il sistema scolastico italiano tra statistiche, economia e prospettive future

14 Settembre 2016

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Il sistema scolastico italiano tra statistiche, economia e prospettive future

Di Marco Pugliese

L’Italia si trova nei primi dieci paesi al mondo a livello economico. Molto passa anche dal suo sistema di formazione che val la pena analizzare. Come siamo messi? Chi esce dalle nostre scuole è pronto per il salto nel mercato? Scuola primaria tra le migliori al mondo, segue la scuola secondaria e si piazza bene anche l’università. Il buco nero è rappresentato dalla secondaria di primo grado. Perché? Proviamo ad analizzare qualche dato.

La scuola italiana spesso occupa spazi sui giornali: le critiche sono spesso feroci ma nella maggior parte dei casi infondate, o dettate da episodi che condizionano i mass media. Cosa in realtà produce la nostra scuola? Come prepara? Che tipo di “prodotto” esce dai nostri istituti? A tutte queste domande cercheremo di dare una risposta, basandoci esclusivamente su dati oggettivi riferiti a statistiche e fonti internazionali e nazionali, a risultati comparati nell’ultimo decennio. In pratica un lavoro che quasi nessuno compie mai nel nostro paese, spesso siamo votati ad occuparci di un tema sull’onda d’episodi che volenti o nolenti infarinano l’opinione e la rendono soggettiva. Inoltre siamo un paese fortemente autocritico, a tratti masochista, sempre in prima linea nel dire cosa non funzioni. All’estero non è proprio cosi, specialmente in ambito educativo. Partiamo dai migliori, ovvero i finlandesi. Autentici draghi delle classifiche, i mostri nordici battono tutti. Il motivo? Un paese discretamente piccolo, economicamente florido e una selezione severissima dei docenti. Una laurea senza lode può non bastare in Finlandia. Altro aspetto interessante: più basso il livello d’istruzione, più elevato il grado di preparazione del docente. Alla primaria finlandese quindi solo ed esclusivamente docenti super selezionati. In Italia invece è prassi comune credere che le conoscenze diminuiscano con l’ordine scolastico. Per fortuna ad oggi i maestri sono tutti laureati (anche se bisogna ammettere che il vecchio istituto magistrale gentiliano forgiò ottimi maestri) e hanno in media superato una ventina d’esami universitari di: didattica specifica, psicologia, pedagogia e ovviamente materia d’indirizzo. Le lauree pedagogiche infatti sono tra le migliori d’ Europa, i risultati infatti si vedono. I bambini della primaria (ex elementari) risultano nella top ten mondiale, non è poco, avanti a noi i finlandesi e molti paesi asiatici. Finnici a parte, in Asia spingono sull’acceleratore ma a scuola non vi è spazio per inclusione, bisogni speciali e molto altro. Studio e disciplina insomma. Sfogliando ed analizzando gli ultimi risultati dell’indagine sull’apprendimento della matematica e delle scienze effettuata nell’ambito del progetto TIMSS (Trends in Mathematics and Science Studies, condotto periodicamente dall’International Education Association) che riguarda gli scolari della quarta elementare e del terzo anno della scuola media inferiore balzano all’occhio dati molto interessanti. Tali risultati (che considerano ben 59 paesi in tutto il mondo) pongono la scuola elementare italiana su un piano di rilievo mondiale per quanto riguarda l’apprendimento delle scienze, con 535 punti rispetto alla media generale di 500. Assai buona è anche la performance per la matematica (507 punti). Questo dato è importante, i nostri studenti sono ottimi in matematica alla primaria, nella media alle scuole superiori, ottimi all’università, dato che una percentuale elevata trova occupazione in team di ricerca internazionale. La voragine è rappresentata dalle scuole medie inferiori. Perché? I fattori sono molteplici. Secondo alcuni pedagogisti di fama internazionale troppi docenti italiani sono in aula per ripiego, per altri invece il problema è a monte. Alla scuola media inferiore i laureati in fisica o matematica avrebbero approcci poco legati alla didattica. Idem nelle materie letterarie. Berlinguer aveva in effetti provato a smussare il problema (laureati scienze della formazione con indirizzi su materia portati a due anni su quattro) impiegati fino alla seconda media. La riforma approvata ma mai applicata infatti avrebbe portato ad un salto di qualità ed ebbe molti consensi all’estero. Purtroppo in quel caso si perse una vera occasione di rinnovamento. Torniamo alle statistiche. Tali risultati confermano quanto già acclamato nell’ambito del progetto PIRLSS (Progress in International Reading Literacy Survey), che riguarda l’apprendimento della lingua: in questo caso l’Italia è addirittura la quinta al mondo e la prima in Europa. Giova far presente che dal campo di rilevazione delle indagini TIMSS-PIRLSS sono esclusi gli alunni diversamente abili o con problemi di ordine psicologico e le istituzioni scolastiche o le classi che si discostano nei programmi impartiti dal mainstream nazionale. Con riferimento al IV grado della scuola primaria l’Italia è migliore, in abilità di lettura, dell’88,6 per cento dei paesi rilevati, in scienze del 72,2 per cento dei paesi rilevati e del 55,6 per cento in matematica. Per quanto riguarda l’VIII grado di istruzione (per noi è la terza media) l’Italia risulta migliore del 67,3 per cento dei paesi rilevati per quanto riguarda la competenza in scienze e del 61,2 per cento in matematica, con un buon progresso in matematica e perdendo un poco in scienze rispetto alla quarta elementare (la rilevazione PIRLSS non si estende agli allievi dell’VIII grado). Ai primi posti della classifica delle abilità di lettura, per il IV grado vi sono tre città stato quali Singapore, Hong Kong e il Lussemburgo, mentre, considerando gli stati più grandi, l’Italia è seconda al mondo dopo la Russia (e davanti, nell’ordine, a Germania, Inghilterra, Spagna, Francia, USA). Alla luce dei risultati qui esposti, la scuola elementare italiana è tra le migliori del mondo e risulta bizzarro che ad oggi non lo si dica spesso. In Usa ad esempio la nostra scuola primaria è molto apprezzata ed imitata. Misteri italiani.

La situazione per la scuola secondaria inferiore è meno brillante, in quanto i risultati sono sotto la media sia per quanto riguarda l’apprendimento della matematica che delle scienze. Ma ci sembra difficile essere d’accordo con chi ritiene che riducendo le ore di insegnamento si possano conseguire risultati migliori nell’apprendimento. È ovvio che la necessità di un miglioramento qualitativo della scuola italiana, in particolare di quella secondaria, sia forte, ma ciò può essere conseguito soprattutto con un rinnovamento dei programmi e dei metodi didattici, piuttosto che con maldestre alchimie.

E, soprattutto, cercare di avere maggior qualità spendendo di meno sembra assai difficile. A questo proposito, ricordiamo che, sotto il profilo della significatività statistica, il dato riguardante la literacy matematica dei quindicenni non differisce tra Italia e USA. Ma quale differenza nelle risposte politiche! Di fronte alla crisi della scuola di stato americana, il presidente Obama ha annunciato che intende assumere un milione di nuovi insegnanti; rapportando questa cifra alla dimensione demografica dell’Italia questi sarebbero equivalenti a 200.000 insegnanti in più, siamo lontanissimi dai numeri italiani. Ricordiamo inoltre che si parla di scuola pubblica, gli anglosassoni questa qualità se la sognano, da loro si punta sul privato. Inoltre a livello di tempo scuola noi “paghiamo” le ore di religione, materia presente a livello massiccio solo nel nostro sistema scolastico. All’estero (parliamo di paesi democratici ovviamente) a scuola tale disciplina è competenza dell’insegnante di storia. Non esistono quindi esoneri e quant’altro. Su questo punto si è molto dibattuto e molto si dibatterà. La società sempre già cosmopolita in futuro riporrà la questione d’approccio. Scuole superiori? Siamo sotto la media europea (per anni i nostri istituti tecnici sono stati tra i migliori d’Europa ed i più copiati) e abbiamo una moltitudine d’indirizzi. Questo ginepraio gioca alla dispersione post diploma. Molti infatti sono i diplomi non spendibili a livello lavorativo. Sparita la vecchia scuola magistrale (da non confondere con l’istituto) i nuovi licei non convincono del tutto. Tutto sommato il nostro paese sforna diplomati di media levatura (per statistica però ben 6 punti in meno rispetto agli anni’80 del secolo scorso). Parliamo d’università. Ricordiamo che nacque in Italia, a Bologna, appena dopo il mille. Fu un regalo del nostro Rinascimento, gli italiani dovrebbero ricordarsene più spesso. Detto questo, l’Italia è l’ottava potenza accademica al mondo: a parlare sono i dati del monitoraggio QS, Worldwide university rankings, guides & events, che ogni anno stila la classifica dei migliori atenei al mondo. A farla da padrone, come di consueto, sono gli atenei statunitensi, in coppia con quelli del Regno Unito.

Al primo posto si conferma il MIT, Massachusetts Institute of Technology. Aperto a Boston nel 1861, il Mit è leader incontrastato nelle materie hi-tech e nelle scienze dure. Nei ranking di Qs guida le classifiche mondiali in 11 discipline: architettura, chimica, informatica, economia ed econometria, ingegneria chimica, civile, elettronica e meccanica. Ma anche lingue, scienze dei materiali e fisica. Al secondo posto troviamo Harvard, che si distingue nei settori della contabilità, biologia, storia, legge, matematica, medicina, farmacia, scienze politiche, psicologia e sociologia.

Tra le prime 10 si notano, inoltre, Cambridge e Oxford, leader al mondo rispettivamente in 31 e 29 discipline. Bene anche l’Università Nazionale di Singapore (leader in 11 discipline), quella di Zurigo (10) e Tokyo (6). In Italia spiccano per risultati la Bocconi di Milano, settima al mondo e terza in Europa per quanto riguarda la classifica Business e management ed il Politecnico, che si piazza al 10 posto mondiale nella sezione design. La Sapienza ottiene il suo miglior risultato con un 22esimo posto in Fisica, seguita dall’Università di Pisa (30esima).

“Questi risultati – dice Andrea Biondi, prorettore all’internazionalizzazione dell’Università di Milano-Bicocca – confermano l’impegno della nostra università nei settori della ricerca e della formazione, nell’internazionalizzazione, nei rapporti con il mondo del lavoro, negli investimenti in infrastrutture e attrezzature”. Alla luce di ciò una piccola citazione per la Lub di Bolzano, ateneo ormai costantemente nei primi posti d’Italia e classifiche alla mano, a buon punto per il salto internazionale in Europa. Bolzano ha giocato sulla posizione plurilinguistica strategica, ottima infrastruttura e città ideale per l’espansione “studentesca”. Chi si laurea alla Lub quindi ha per statistica possibilità elevate d’occupazione, pari quasi a mostri sacri quali Cattolica, Sapienza. Battute Verona e Trento, non poco per l’ateneo bolzanino, ancora giovanissimo. Il fiore all’occhiello nel rapporto occupazione/ricerca/preparazione la Facoltà di Scienze della Formazione con sede a Bressanone.

Concludendo quindi non possiamo lamentarci più di tanto. Il laureato medio italiano, dopo il percorso di studi svolto, ha un buon 70% d’occupazione. Inoltre i titoli italiani sono molto spendibili all’estero. ( stimato un 56% di laureati italiani in team di ricerca, i tedeschi sono il 22%, gli inglesi il 32%, gli svizzeri ed i francesi al 36 %, i giapponesi al 30%) Non è tutto oro quello che luccica ovviamente, manca appeal internazionale per i gradi inferiori, scarso è lo studio della storia italiana (fatto strano visto il nostro patrimonio storico) e appena sufficiente l’interazione con il patrimonio artistico e culturale (gli unici ad avere una laurea dedicata, però spendibile solo al 12% in Italia e paradossalmente più apprezzata all’estero). Il paese in cui nacque l’università moderna risulta quindi nella top ten dei paesi con un sistema scolastico rilevante, non è poco viste le Cassandre in patria e non. Rimane molto da fare, in primis attualizzare l’odierna scuola media, individuare chi effettivamente crede nell’insegnamento e mandarlo in classe. Far recuperare il terreno perduto alla classe docente (che deve però mettersi in gioco sul serio, senza l’eterna autoreferenzialità che la blocca) L’Italia del futuro ha bisogno di una scuola forte, che prepari e motivi, viceversa la scuola ha bisogno di uno stato che la tuteli e la sostenga economicamente. Ognuno quindi deve metterci del proprio ed essere consapevole della sfida ardua. Per parafrasare Manzoni: “ai posteri l’ardua sentenza”.

Sitografia

http://old.sis-statistica.org

http://www.oecd.org

http://timssandpirls.bc.edu

http://www.invalsi.it/

 

 

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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