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Lo status quo la soluzione migliore?

24 Settembre 2016

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Lo status quo la soluzione migliore?

La toponomastica infiamma gli animi degli altoatesini/sudtirolesi da circa da più di 100 anni. Da Perathoner, passando per Tolomei le polemiche linguistiche, micro e macro sono dal 1900 ad oggi all’ordine del giorno. Spesso utilizzate a mero scopo elettorale, dalla parte italiana quanto da quella tedesca. Un problema politico, culturale o di popolo? Quest’ultimo potrebbe essere tranquillamente escluso. Il tema dalla popolazione è sentito a metà, la netta maggioranza delle persone interpellate risponde: “l’importante è che ci siano le due lingue”. Beato buon senso popolare, chiaro, semplice e privo di sofismo e tecnicismo. Importate, ciò lo pensano tanto gli italiani quanto i tedeschi. Ci hanno inculcato la parità dei diritti, dei doveri e di conseguenza della linguistica. Italiano e tedesco (sul ladino andrebbe aperto un capitolo a parte) sono in perfetta parità, questo recita l’Accordo De Gasperi/Gruber datato l946, come è giusto che sia. Ragionando in termini di meri accordi internazionali non ci sarebbe nemmeno da discutere: una terra di confine, mista, possiede cartelli in più lingue, lapalissiano quanto banale. Non è scontato sia cosi, in Europa la Francia, ad esempio, a Metz se ne infischia. In quel contesto i germanofoni devono adeguarsi a Parigi in tutto e per tutto, zero autonomia. Ma la Francia non ha perso la Seconda Guerra Mondiale e quindi sui tavoli non ha dovuto giocare al ribasso. L’Italia, per giunta, anche da vincente (nel 1919) non ebbe accordi al rialzo, si fece sfilare da inglesi e francesi l’Iraq e relativi pozzi petroliferi, nonostante il prezzo di sangue pagato (più di 600000 morti per l’Intesa…). Vittoria mutilata, italiani umiliati che lasciano per protesta le trattative di pace. Su questo tema qualcuno, nel 1922, ci costruirà vent’anni di dittatura. Del resto chi combatte a 20 anni nelle trincee tra pidocchi e stenti si senti letteralmente preso per i fondelli. Ma nel 1946 sarebbe stato impossibile porsi diversamente. All’epoca era fresco il ricordo del nazismo e relativa gestione Hofer della nostra terra, il periodo 1943-45 portò lutti e creò crepe profonde, gli italiani se la passarono malissimo tra deportazioni, spiate e fucilazioni. Nel 1946 italiani e tedeschi furono messi sullo stesso piano, gli errori in pratica secondo gli Alleati (ed i Russi) li fecero entrambi. Inoltre il partito nazista in Alto Adige/Sudtirol fu attivo fin dal 1935 ed ebbe un ruolo decisivo anche nella triste vicenda delle opzioni, ove Himmler giocò sporchissimo. Nonostante l’alleanza “d’acciaio” e le promesse di Mussolini, ai poveri altoatesini tedeschi fu detto che se avessero scelto l’Italia sarebbero stati deportati in Sicilia, nonostante le rassicurazioni di Gamper. La realtà invece era assai diversa, i nazisti infatti avrebbero voluto creare un “Lebensraum” sudtirolese in Crimea. Non furono trattati con i guanti da Hitler, che li considerava appendice fastidiosa in grado di minare l’amicizia con il Duce. Del resto nel 1935 il fascismo in Alto Adige andò ad attuare politiche completamente atte alla snazionalizzazione dei sudtirolesi, a torto. Andò a toccare nel vivo l’animo di una popolazione fiera (che non esitò nemmeno a combattere un certo Napoleone). Mussolini sottovalutò i contadini sudtirolesi, assai patriottici e disposti a tutto pur di difendere la propria identità. L’artefice ed il regista di questo odio (che ancora ci portiamo dietro) fu Ettore Tolomei. Il trentino era di Gleno, nato e cresciuto covando sentimenti anti Austria. Al tempo era in buona compagnia, tra Battisti e Tambosi le spacconate austriache erano mal digerite nel “Tirolo italiano”. Odio chiama odio e Tolomei nel primo dopoguerra lavorò “per farla pagare agli austriaci”, traducendo perfino i cognomi, si toccò il fondo. Alcuni assurdi provvedimenti furono bloccati perfino da Mussolini, su consiglio del prefetto Mastromattei che si rifiutò d’applicare certe castronerie. Come si può notare (senza scomodare Mainardo od i romani) un secolo addietro l’odio reciproco è stato il comune denominatore dell’Alto Adige/Sudtirol. Dopo il 1946 però gli sforzi per superare sono stati molteplici, si sono chiusi occhi da ambo le parti e si è cercato di costruire un qualcosa oltre. La nostra provincia ha dato al possibilità ad italiani e tedeschi di realizzarsi, pur con qualche limite caratteriale siamo riusciti tutti a sentirci parte di una terra comune. Chi scrive, a Sarentino si sente a casa propria, chi scrive, ha amici tedeschi, italiani, ladini, chi scrive in Val d’Ultimo e Pusteria ci ha insegnato e si è trovato benissimo, chi scrive è altoatesino/sudtirolese a cui non interessa di Tolomei, Hofer o Perathoner. Ma analizziamo la questione posta a livello strategico, ovvero come l’approccio che si ha quando si sviluppano discorsi riguardo accordi internazionali tra parti in perenne conflitto. Partiamo da un dato oggettivo: In Alto Adige abbiamo equilibrio, nonostante la parte italiana non sia del tutto in pari ha dimostrato d’accettarlo, una sorta di riparazione ai danni del secolo scorso. Grazie a questo buon senso italiano, piaccia o no, è cosi, molto è stato costruito in termini di reciproca convivenza. Alla luce di ciò, appare illogico proporre una soluzione ove si va “a togliere” qualcosa per un semplice capriccio politico. In nessuna trattativa internazionale la parte lesa accetterebbe. Qualcuno avrà da sottolineare: “siete rimasti al 1946, si parla di micro toponomastica “, forse è vero ma qualsiasi accordo riguardante questo tema, ove è prevista l’eliminazione della dizione in italiano è a perdere per una delle parti, quella italiana ovviamente. Andando oltre le perifrasi sarebbe un accordo basato sulla rinuncia da parte di un contraente, l’italiano che di fatto andrebbe a firmare la cancellazione di nomi entrati nel linguaggio comune da 70 anni e più. Non è equo un accordo, diceva un certo Kissinger, ove una parte rinunci ad un diritto acquisito, in questo caso la dizione italiana. L’altra parte non farebbe nessun passo indietro, anzi, creando questo precedente si aprirebbero ulteriori fratture e richieste, si accetterebbero ad esempio delle vie dedicate a “Vittorio Veneto?”, “Diaz” e perfino “Cesare Battisti”? Io credo di no, la soluzione “a perdere” e la cenere sul capo italiano servirebbero come grimaldello per chiedere molto altro. Gli italiani da parte loro devono rimanere fermi sullo status quo, non si toglie e non si aggiunge nulla, nessuno in questo momento risulta parte lesa. La controparte tedesca lavora a togliere, quella italiana a mantenere in sintesi (mi auguro che in sede di trattativa vengano mandati rappresentanti che abbiamo compreso “l’eventuale grimaldello” che rischiano di creare”). Lo status quo è l’unica soluzione plausibile, nessuna delle parti risulterebbe lesa, ad utilizzare il Cencelli invece si rischierebbe di creare danno alla comunità italiana, difficile dimostrare il contrario.

 

 

 

 

 

 

 

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
2 Comments
  1. JP

    "la netta maggioranza delle persone interpellate risponde: “l’importante è che ci siano le due lingue” interpellate dove? da chi? Il bilinguismo non lo vuole togliere nessuno, le parole "malga", "rifugio" "rio" ecc. rimangono. È il binomismo falso che va tolto! Nomi tradotti (nella maggior parte anche tradotti male) dai fascisti non hanno ragione di esistere, anche perchè la maggior parte non viene neanche usata! Se qualcuno si chiama Paul anche l'italiano lo chiamerà Paul, mica Paolo? Inoltre in ogni parte del mondo si procede a togliere i nomi tradotti ed imposti da altri, pensioamo all'Uluru (fu Ayer's Rock) in Australia, al Denali (fu Mount McKinley) degli USA o anche ai paesi Bretoni in Francia. In valle d'Aosta non vengono più usati i nomi fascisti (o vi pare che dicono ancora Cormaiore a Courmayeur?!) Io sono anche dell'opinione che tanti nomi tedesci tradotti dal ladino andrebbero tolti nelle valli ladine!

  2. Vito Limeni

    Caro Jp. Sono abbastanza d'accordo con te. Da italiano del sud tirolo non mi infastidisce per niente la toponomastica in lingua tedesca, anzi mi piace (molti di "noi" hanno ormai da tempo cquistato questo status elitario di bilingui e/o "bietnici", per cui sfoggiare il nostro bilinguismo e "biculturalismo" ci rende più tronfi delle nostre meschinità) . ma è l'uso politico, nella situazione storica attuale, della toponomastica che è sbagliato. Eliminare i toponimi "fascisti" vuol dire disconoscere un'identità, che seppur con radici ripugnanti e vergognose, è presente e costituisce l'identità collettiva dei sudtirolesi (nel bene e nel male). L'uso politico dell'eliminazione dei toponimi italiani risponde a un progetto politico definito e tutti sanno qual'è. Domanda: perchè invece di Bozen, non la chiamiamo Bauzanum?

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