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Turchia e Europa hanno troppi interessi in comune. Difficile pensare a sanzioni come quelle imposte alla Russia

23 Luglio 2016

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Turchia e Europa hanno troppi interessi in comune. Difficile pensare a sanzioni come quelle imposte alla Russia

Turchia ed Europa hanno un interesse reciproco – soprattutto economico – a “continuare la loro relazione”. Ne è convinto Simone Romano, ricercatore dell’Iai che, ad Aki – Adnkronos International, ricorda come – nonostante il pugno duro dopo il golpe fallito del 15 luglio – Ankara sia costretta a dipendere dagli investimenti diretti esteri (Ide) per evitare forti ricadute sull’occupazione e per rifinanziare il debito in scadenza. Al tempo stesso, resta un mercato appetibile, simile – per dimensione di mercato e crescita in area mediterranea – all’Egitto (peraltro con stesse caratteristiche e stessi problemi).      

Il Paese guidato da Erdogan “per evitare la crescita della disoccupazione non può fare a meno degli investimenti diretti esteri”, che riceve “da anni da tutto il mondo” e dall’Europea “in maniera massiccia”: nel 2015, tanto per avere un’idea, gli Ide erano balzati di oltre il 30% rispetto all’anno precedente toccando i 16,8 miliardi di dollari. Un dato piu’ di 10 volte superiore al pur consistente fatturato dell’industria turistica e che in questi anni ha contribuito a compensare il persistente e pesate disavanzo della bilancia dei conti correnti (più di 54 miliardi di dollari nel periodo giugno 2015-maggio 2016).

Debolezze che, sommate alle incertezze della fase attuale, hanno spinto pochi giorni fa l’agenzia S&P a tagliare a BB (livello spazzatura) il rating sovrano della Turchia, ricordando come nei prossimi 12 mesi il paese debba rifinanziare circa il 42% del proprio debito estero (pari a circa 170 miliardi di dollari) potendo contare su riserve in valuta estera di appena 32 miliardi.

Eppure, al contempo per i Paesi europei, ricorda Romano, la Turchia rappresenta, in un’epoca di bassi rendimenti, uno sbocco “assolutamente interessante perché è un mercato di 80 milioni di persone e nonostante gli sconvolgimenti a livello mondiale ha mostrato resilienza”. “Negli ultimi anni l’economia della Turchia è cresciuta in media a un ritmo superiore al 3% e ha quindi mostrato una resilienza incredibile nonostante periodi più o meno buoni a livello economico mondiale”, afferma Romano, sottolineando come la Turchia non abbia “avuto sei anni di recessione come l’Italia o la Francia”.       ”

Da un punto di vista degli investimenti, adesso in Europa chi ha capitali da investire, soprattutto a livello di investimento diretto, deve fare i conti con rendimenti bassissimi”, prosegue l’analista. Il tutto in uno scenario di crescita che – come ha ricordato Mario Draghi – resta ‘moderata’ e con ‘rischia al ribasso’.

Al contrario la Turchia “cresce molto di più di tutti gli altri”: le stime dello scorso aprile del Fondo Monetario Internazionale fissavano per il triennio 2016-2018 stime di crescita del Pil rispettivamente di +3,8, +3,4 e +3,5. Percentuali che saranno sicuramente ritoccate al ribasso nello scenario attuale ma che restano a livelli ‘inimmaginabili’ per l’Eurozona.

Peraltro la Turchia è mercato di sbocco delle merci europee, visto che gran parte della crescita del Pil – sempre secondo l’FMI – è trainata dai consumi privati. Una caratteristica che pero’, ammonisce Romano, è uno dei “problemi” della Turchia, contraddistinta da una “scarsa propensione al risparmio, così che per alimentare l’economia c’è quindi bisogno di capitali esteri”. “E anche per stabilizzare l’occupazione – incalza – c’è bisogno di un ritmo crescita del reddito pro capite molto elevato”.

Insomma la Turchia del contro-golpe e delle decine di migliaia di arresti sembra avere bisogno dell’Europa quanto l’Europa ha bisogno di lei. La svolta autoritaria di Ankara non piace a Berlino e neanche a Bruxelles. Ma gli interessi economici dei Paesi europei sono innegabili: interessi diretti, anche di piccole e medie imprese nel settore del turismo e manifatturiero, senza contare il ruolo di Ankara per quanto riguarda il flusso delle migrazioni, e senza pensare alla sicurezza energetica.      

Certo, riconosce Romano, i turchi “non possono tenere troppo il coltello dalla parte del manico” perché non possono permettere che si blocchi quel tipo di flusso di investimenti che alimenta l’economia turca, e “una crescita importante è necessaria per stabilizzare l’occupazione”. Difficile, comunque, immaginare una presa di posizione dell’Europa come quella adottata nei confronti di Mosca (embargo che ha pesato fortemente su ampi settori economici dell’Eurozona, come si è visto per l’agroalimentare italiano). Insomma, conclude l’analista, Ankara resta un interlocutore chiave per una “Europa che cresce molto meno del suo potenziale e deve fare i conti “con la Brexit, che aumenta l’incertezza e scoraggia gli investimenti nel medio periodo”. Ed Erdogan – nonostante i proclami – “non può chiudere” la porta all’Europa.

Fonte: http://www.tribunapoliticaweb.it/il-punto/2016/07/22/32389_turchia-europa-troppi-interessi-comune-difficile-pensare-sanzioni-quelle-impste-alla-russia/?refresh_ce=
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