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I Turchi arrivano in Puglia

25 Luglio 2016

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I Turchi arrivano in Puglia

 A Vieste …mamma li Turchi

Di Vito Mastrolia

Il Professor Vito Mastrolia, già Preside al Liceo Classico Giosuè Carducci di Bolzano ci scrive da Vieste in Puglia, dove attualmente si trova in villeggiatura, un’interessante memoria della città del Gargano che senz’altro pochi conoscono. Considerando la situazione attuale, in particolare gli episodio di violenze islamiste, è interessante ricostruire quanto accadde a Vieste oltre cinquecento anni fa. Pubblichiamo volentieri la riflessione del Preside che con acume e ricchezza di particolari ci fornisce un quadro di quanto avvenne in quel lontano luglio del 1554.

Vieste è un’antica città, ormai riconosciuta da tempo come la “perla del Gargano”, centro di grande turismo stanziale nazionale ed internazionale e talvolta anche “bandiera blu”, per le sue bellezze naturali ben conservate ed i servizi di accoglienza.

La sua storia passata ha visto ovviamente le dominazioni più varie: Normanni, Svevi, Aragonesi, Spagnoli, ecc. Particolare testimonianza di ciò un grande e ben conservato castello, fatto costruire da Federico II di Svevia nel 1242, che troneggia sul costone di roccia più alto, un po’ fuori dell’abitato vero e proprio, e guarda sia verso la costa che si allunga in direzione di Mattinata e di Manfredonia, sia verso Peschici ed in lontananza le Isole Tremiti. Nel tempo il castello ha subìto varie trasformazioni e diversi assalti, da veneziani, saraceni, nel 1915 anche cannonate da navi austriache. Lì sostò Celestino V (“colui che fece per viltade il gran rifiuto”: Dante III C. Inferno), mentre tentava di rifugiarsi nell’eremo di S. Onofrio, nel mese di giugno 1295. Accolto con onori e devozione dalla popolazione locale. Qui però fu preso prigioniero dal governatore di Vieste su ordine del nuovo papa Bonifacio VIII, che temendo uno scisma, lo tenne segregato in vari luoghi ed in ultimo  nel castello di Fumone nel Frosinate, fino alla morte nel 1296, all’età di 87 anni.

Una lapide all’esterno del maniero di Vieste ricorda il fatto ed una via è stata dedicata dal Comune al personaggio della Chiesa. Da molto tempo questa struttura è area militare della Marina con una sua stazione meteo, un radio-faro, costantemente presidiata da marinai. Occasionalmente, nella zona non militarizzata, nei locali interni e nel grande cortile all’aperto, sono effettuate mostre, convegni ed altre manifestazioni culturali, specie d’estate.

Il centro storico della città è caratterizzato da vecchie costruzioni, alcune anche a cavallo tra un vicolo e l’altro, da antiche viuzze strette confluenti in basso verso il mare, da piazzette panoramiche sul porto e sulla Punta S. Francesco. Qui si erge tuttora un monastero fortificato sullo spuntone di roccia dove si danno appuntamento i venti di tramontana, di maestrale, di libeccio, di scirocco nelle varie stagioni. Il tutto ha un grande fascino, specie notturno. Nella parte alta dell’abitato troneggia la maestosa cattedrale, affollatissima durante le lunghe celebrazioni in onore della patrona S. Maria di Merino, raffigurata da una statua di legno della Madonna nera ritrovata dai pescatori nel mare tra Peschici e Vieste molti anni fa. Ma proprio vicino alla cattedrale, alla confluenza tra la Via Gregorio XIII (ex Vescovo di Vieste) e via Cimaglia c’è una roccia ritenuta sacra dai Viestani, chiamata “Chianca amara”(pietra dolorosa, tragica). Ricorda un grande eccidio di migliaia di persone, in larga parte bambini, vecchi, donne anziane e persone inabili, cioè non vendibili come schiavi, perpetrato da pirati turchi  cinquecentosessantadue anni fa, tra il  18 ed il 21 luglio del 1554, comandati da un certo Draguth Rais, alias “la spada sguainata dell’Islam”, così detto per la sua ferocia verso i cristiani e gli “infedeli“ in genere, avido di bottino, in quegli anni al servizio di Solimano II il Magnifico.

Il quindici di quel mese costui approdò a Vieste con settanta galee per ripararsi da una tempesta tra l’Isola di S. Eugenia (o S. Eufemia) dove oggi c’è il faro per i naviganti che circumnavigano il Promontorio del Gargano, e la Punta del Corno, praticamente dove una volta c’era il vecchio porto dei pescatori di Vieste (Marina piccola). Attualmente Vieste è dotata di un grande porto turistico, con tantissime banchine d’attracco attrezzate di tutto.

Assediò la città allora scarsamente difesa, cannoneggiando le mura ed il castello, tanto che la popolazione si dovette  rifugiare in cattedrale e nel castello. Dopo pochi giorni prese molti prigionieri, tra cui giovani uomini e donne e li sgozzò sulla “chianca amara”  . Tutto in nome di Allah il grande. La storia si ripete ancora oggi!!

Il corpo dell’”insigne personaggio” Draguth, che comandò l’eccidio, e che morì a sua volta undici anni dopo, colpito in fronte da una scheggia durante l’assedio di Malta del 1565, è custodito ancora oggi in una moschea a Tripoli, vicino alla scuola coranica e presso i bagni pubblici che portano il suo nome. Evviva la barbarie!

Il Comune di Vieste il 24 ottobre 1954, nel quattrocentesimo anniversario, ordinò una lapide conservata nel Museo civico locale, oggi riprodotta e collocata proprio sul luogo dell’inutile barbaro eccidio.

Qui passano innumerevoli turisti, essi guardano, qualcuno legge la lapide e passa via, senza porsi l’interrogativo su cosa essa effettivamente rappresenti e soprattutto che cosa voglia ricordare. Lì non si vedono gruppi di turisti condotti da una guida turistica. Sarà un caso!? Negli anni successivi, periodicamente, talvolta in occasione dell’anniversario, nella città sono state fatte rievocazioni storiche che hanno ricordato ai viestani di oggi quel che capitò ai loro concittadini più di mezzo millennio fa. Il tragico episodio a suo tempo destò molto clamore, la notizia giunse fino al Papa a Roma.

Negli anni successivi, specie per merito dei Viceré di Spagna, per evitare il ripetersi di un simile evento, verso il 1564-65, furono erette numerose torri di avvistamento lungo la costa del Gargano da quella peschiciana fino a quella viestana ed oltre verso Mattinata. Ancora oggi se ne vedono: alcune diroccate, altre in buone condizioni. Percorrendo la statale da Mattinata verso Vieste proseguendo direzione Peschici se ne contano, infatti, parecchie ben visibili: Torre S. Felice, Torre Gattarella, Torre Portonuovo, Torre Porticello sulla costa di Vieste; Torre Sfinale, Torre Monte Pucci e Torre Calalunga sulla costa di Peschici. Qualcuna è visitabile. Sono alte circa dodici metri, a base quadrata di circa dieci metri, culminanti a tronco di piramide; all’interno vi sono due piani, uno per deposito derrate, armi e materiale per fare fiamme di segnalazione di notte oppure altro per produrre fumo o forti suoni di giorno; l’altro per abitazione di soldati. Al culmine un terrazzo per la sorveglianza, la difesa e le segnalazioni.

Qualcuna di queste, in tempi più recenti, ha subito il tentativo di trasformazione in locale pubblico, poi chiuso, forse per intervento della Sovrintendenza alle Belle Arti. Meno male!

 

 

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