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Maledizione Vittoria, una strategia per la sconfitta

28 Luglio 2016

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Maledizione Vittoria, una strategia per la sconfitta

Il 28 luglio 1914 l’Austria di fatto scatenò la Grande Guerra. 102 anni dopo, il sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi si ritrova al centro di una polemica delicatissima e complessa, ovvero il cambio di denominazione del Monumento alla Vittoria e relativa piazza. La maledizione Vittoria ha mietuto in passato vittime politiche illustri, ha spezzato maggioranze più forti, ha lacerato anni di convivenza più o meno tranquilla. Vediamo perché. Con altra maggioranza, ben più forte e compatta, ci provò l’ex sindaco Giovanni Salghetti. Correva l’anno 2002 ed i bolzanini furono chiamati alle urne: vince a larga maggioranza il nome attuale. Bolzano città fascista? Nostalgica? No, fu una questione di principio, il gruppo italiano (e non solo) vide quella forzatura come una mancanza di rispetto, anni in cui gli italiani, ad onor del vero, si erano prodigati nel lancio di vari ponti. Lo scontro più che etnico fu politico e lacerò così tanto la cittadinanza che nel 2005 Salghetti perse il ballottaggio con Benussi e di fatto passò la mano. Salghetti è ancora ricordato per quello scellerato referendum, tramutatosi in suicidio politico. La ferita fu talmente profonda, che l’ex sindaco Luigi Spagnolli ad ogni riferimento al caso rispondeva fermo “C’è stato un referendum, capitolo chiuso, passiamo ad altro”, insomma passi lunghi e ben distanti da un tema delicatissimo, che può costare caro se gestito male. Il bolzanino medio non è particolarmente attaccato a simbologie, è per lo più a favore di una scuola unica, non ha particolari problemi d’interazione con gli altri gruppi linguistici, si sente a volte ai margini però, crede di non contare, lo si è visto anche in Convezione Autonomia. I parecchi rospi inghiottiti nel corso degli anni non hanno comunque minato la buona volontà di larga parte dei bolzanini italiani, spesso ingiuriati da più parti o considerati ignoranti, a torto. Piazza Vittoria viene quindi trasformata in totem, ci si identifica sempre in qualcosa del resto, chi fa parallelismi con il fascismo poco ne capisce, sarebbe uguale se fosse al posto dell’arco di Piacentini vi fosse un cubo monolitico viola. Il cambio di nome imposto viene percepito dal bolzanino come un “conti poco, vali nulla, ti svendiamo”, il paradosso è che a chiederlo sia un italiano e non un tedesco, un esterno potrebbe non capire. Il tutto per di più scaldato dalla recente polemica riguardante il toponimo “Alto Adige”, denominazione che qualcuno vorrebbe bandire. L’ossimoro è spiegabile: correre dietro a certe tematiche fa parte della nostra tradizione politica locale, illusa di poter poi gestire i rapporti di forza con la Svp. La realtà invece è completamente diversa, il partito etnico tedesco invece non darà nulla in cambio, ma anzi presenterà di volta in volta il conto.  Si chiama “logica della strategia” e porta il più forte ad avere tramite varie deterrenze risultati anche senza muoversi. La Svp infatti non ha chiesto nulla, il pasticcio è tutto di matrice nostra. Questa uscita, con una maggioranza così risicata, mette il sindaco ad avere larghi strati della popolazione (italiana ovviamente, maggioranza a Bolzano) contrari, in caso di referendum (già nel cassetto di qualcuno) la vittoria della Vittoria sarebbe scontata e l’attuale giunta rischierebbe di doversi dimettere in blocco. Enzo Caramaschi a volte scorda d’essere un sindaco (teoricamente di tutti) e non un dirigente, scorda anche d’esser stato eletto in una città in cui molti elettori hanno dato fiducia a partiti d’estrema destra, una cittadinanza che andrebbe ricompattata e non divisa ulteriormente per futili motivi. Un sindaco deve conoscere la pancia e la testa della propria cittadinanza, non solo i regolamenti e la legislazione, avere sensibilità per certi argomenti, per giunta mai nemmeno sfiorati in campagna elettorale. Oggi, esponenti non solo di destra hanno bollato questa uscita come inopportuna, il dato è sintomatico e fa comprendere quanto il primo cittadino sia in balia delle onde emotive in caso di chiamata alle urne (dopo Benko ed aeroporto se ne farebbe volentieri a meno…). Sarà stata boutade? Possibile, ma in periodi delicati, di forte tensione sociale, disoccupazione dilagante, nervosismo perpetuo, estremismi, sarebbe meglio recarsi al pozzo d’acqua più che al distributore di benzina… la maledizione Vittoria continua?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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