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Erdogan, in Turchia la vendetta non può sostituirsi alla giustizia

19 Luglio 2016

Erdogan, in Turchia la vendetta non può sostituirsi alla giustizia

Dopo che il 15 luglio scorso il tentato colpo di Stato è finito in un nulla di fatto, la notizia continua a riempire parti delle prime pagine dei maggiori quotidiani mondiali. Le agenzie di stampa proseguono nel diffondere notizie sulla situazione, che da sabato mattina è sempre più inquietante. Come riportato dall’agenzia statale turca Anadolu, ieri almeno due persone avrebbero aperto il fuoco nella sede della municipalizzata di Sisli, nel pieno centro di Istanbul, ferendo il vicesindaco, Cemil Candas, morto in seguito in ospedale. Non è ancora chiaro se l’attentato c’entri con il golpe fallito. Ciò che invece dovrebbe far riflettere è ciò che sta accadendo nel Paese, considerando la reazione del presidente Recep Tayyip Erdogan in seguito al fallito colpo di Stato da parte dell’esercito turco. Da quanto possiamo apprendere, giacché le notizie cambiano da ora in ora, ormai è in atto un vero sconquasso del sistema istituzionale. 7.500 persone, tra militari, funzionari e giudici sarebbero stati arrestati. Secondo la tv Ntv le autorità del Paese avrebbero persino introdotto una regolamentazione che vieta l’espatrio ai dipendenti pubblici, con alcune eccezioni per chi è in possesso di un passaporto speciale, che comunque necessiterebbe di un’approvazione dell’istituzione presso cui lavora. Se le stime ufficiali sono vere, si tratterebbe del 5% della popolazione turca che in futuro dovrà sottoporsi a questo nuovo provvedimento. Ma tutte queste persone destituite ed arrestate da un momento all’altro avranno diritto ad un’assistenza legale? Ad un giusto processo? Ne dubito seriamente, anche perché dalle parole di Erdogan riprese dai media non si è sentito nulla a riguardo. Chissà cosa s’intenda da quelle parti per un processo equo? Forse le Istituzioni europee prima di prendere in considerazione l’entrata della Turchia nell’Unione Europea avrebbero dovuto analizzare con maggiore rigore come nel Paese reso moderno da Atatürk i diritti fondamentali e in particolare le garanzie processuali vengano realmente garantiti. Da quanto possiamo apprendere in questi giorni in web e dai media, non ci siamo proprio. Finalmente, anche se tardivamente, dopo che Erdogan sta portando avanti da giorni la sua vendetta contro i “golpisti” o “presunti tali”, i rappresentanti dell’Unione Europea e degli Stati Uniti hanno iniziato ad alzare la voce, mettendo in guardia il nuovo sultano di Ankara. Non sono affatto sicuro che Erdogan si farà impressionare dalle parole della cancelliera tedesca e dal segretario statunitense Kerry. Ha la folla dalla sua parte, una parte del popolo turco che chiede giustizia, una giustizia arbitraria. Cosa può volere di più un Presidente che da tempo intende cambiare il Paese, persino la Costituzione? Abilmente il Presidente segue le urla del “suo popolo” ed evoca la pena di morte, anche se l’occidente dice di ‘no’. Certo, non potrà deciderlo da solo, è di competenza del Parlamento, ma considerando la situazione non è escluso che trovi una maggioranza disposta a votare la necessaria modifica costituzionale. Se è stato difficile prendere in considerazione seriamente l’entrata in Europa della Turchia, qualora dovesse essere reintrodotta la pena di morte, non entrerebbe più sicuramente. Almeno questo è certo! Fortunatamente in Turchia però non esiste solamente Erdogan, ma ci sono anche altri uomini in politica. Forse meno carismatici, ma non per questo meno capaci. Il primo ministro Binali Yildirim sembra aver capito che la situazione potrebbe degenerare e difatti è stato lui a riannodare i rapporti con gli Stati con cui Erdogan aveva avuto delle tensioni. Certo, le tensioni si sono solamente attenuate, anche perché la diplomazia non è un forte del sultano che subito dopo il golpe fallito ha accusato l’imam Fetullah Gülen, attualmente in esilio negli Stati Uniti, di essere il fomentatore del colpo di Stato. Come se non bastasse ha anche chiesto a Washington l’estradizione di Gülen, senza tuttavia fornire per ora alcuna prova e neppure formalizzare la necessaria richiesta di estradizione. Senza prove e documentazione formale e vista la situazione, è alquanto impossibile credere che gli Stati Uniti possano estradare Gülen alla Turchia. Ma niente paura, secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, il capo dell’Aviazione turca, Akin Ozturk avrebbe confessato durante un interrogatorio di essere la mente del colpo di Stato. Non voglio immaginare le scene dell’interrogatorio. Chissà se c’era anche un legale ad assisterlo? Infatti poco dopo si è appreso che ha smentito di avere a che fare con il golpe. Cosa sia veramente successo venerdì forse non lo sapremo mai. È stato veramente un colpo di Stato, oppure un’operazione coordinata dal presidente per i suoi interessi politici? Non lo sappiamo, ma possiamo comunque dubitare della certezza del golpe. Perché da un momento all’altro sono stati rimossi tanti militari, quei paladini della laicità e dei principi di Atatürk? Perché licenziati tutti quei magistrati? È possibile che migliaia di giudici abbiano cospirato contro lo Stato? È alquanto improbabile. Forse il problema è che i magistrati credono nello Stato di diritto, nel giusto processo e nell’indipendenza del giudice, come è giusto che sia in uno Stato democratico. Valori e diritti che guardando le immagini dei golpisti arrestati sembrano essere svaniti in una Turchia in cui la vendetta viene confusa con la giustizia.

 

 

 

Giornalista pubblicista, scrittore.
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