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Palmira: l’umanità riabbraccia la “sposa del deserto”

29 Marzo 2016

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Palmira: l’umanità riabbraccia la “sposa del deserto”

Palmira: l’umanità riabbraccia la “sposa del deserto”

Palmira, dal greco la città delle palme (in aramaico appunto Tadmor, che significa palma), sorta in un oasi, detta la “sposa del deserto”. Città antichissima, fondata nel secondo millennio avanti Cristo. Sarà importante quando i Seleucidi (parenti stretti d’Alessandro Magno) per questioni dinastiche otterranno il governo della Siria e la eleveranno a porta d’ Oriente, ovvero da Palmira transiterà la via commerciale tra mondo romano ed asiatico. Uno spettacolo di cultura incrociata. Nel 64 a.C. i romani annetterono la Siria ma la lasciarono a Palmira lo status di città “libera”, con propria moneta, religione e leggi, una sorta di zona franca tra i discendenti di Romolo ed i bellicosi Parti. Marco Antonio (si quello della storia con Cleopatra…) tentò di conquistarla, ma desistette, si dice ammaliato dai suoi templi dedicati al Sole (forse divenne in quest’occasione devoto del culto del sole…), in realtà non disponeva di molti uomini, Cesare (nel frattempo affaccendato con Cleopatra…) non capi l’importanza della città e richiamò il fido generale sul Nilo. Naturalis Historia, ovvero il primo libro scritto sotto forma di testo scientifico da Plinio il Vecchio (ammiraglio e primo scienziato ufficiale della storia, si proprio quello che mori per essersi avvicinato troppo al Vesuvio in eruzione) ne parlò per un capitolo: suolo ricco di minerali e strategicamente importante per il commercio con la Cina (già i nostri antenati avevano contatti frequenti con i cinesi, ed ambascerie stabili quanto a Roma tra le aquile ed in Cina tra i dragoni…). Sotto Tiberio la città fu annessa all’ Impero ma rispettata, anzi fu invasa dal denaro degli sceicchi nomadi (quelli che oggi girano in Ferrari per capirci…) e divenne “ponte” commerciale con il Golfo Persico, una sorta di Svizzera per stare moderni. Ma fu l’imperatore Adriano a concederle ampia autonomia e relativo nuovo status “libero”. Volle solo una cosa in cambio: da lì in poi dovette chiamarsi Palmira Hadriana (al “ragazzo” piaceva emulare Alessandro Magno…a noi italici del resto l’Oriente ha sempre affascinato…). Divenne città guerriera con la regina Zenobia (che si proclamò erede di Cleopatra…) e lanciata all’assalto il nuovo regno di Palmira inglobò le provincie romane d’Arabia, Palestina ed Egitto. Fu gloria effimera, Aureliano rimise tutto a posto e Roma ancora una volta però non volle accanirsi sulla “sposa del deserto”, città risparmiata, smilitarizzata e statuto solito: città libera. Caduta Roma, rimase Bisanzio (Costantinopoli) a difesa. Non bastò e la città venne conquistata dagli arabi nel 634 d.C., iniziò la sua fine. Andò in rovina e scomparve dalle cronache, molti suoi abitanti confluirono a Baghdad, le mille ed una notte, le fontane, i tappeti volanti, ma questa è un’altra storia. Nel 2015 Palmira fu occupata da Is, martoriata e triste vide tra i suoi templi la morte di molte persone, pianse probabilmente, lei, sposa ferita. Ci sono voluti i russi (e per fortuna) per liberarla, mentre scriviamo gli archeologi di Putin fanno al conta dei danni ed invitano noi italiani (che a far archeologia siamo i numeri uno, specialmente nella ricostruzione pietra a pietra) a metterci a disposizione. Proprio noi che con questa città abbiamo un legame particolare fin dai tempi antichi, che siamo stati la civiltà ponte tra Oriente ed Occidente per parecchi secoli (gli unici fino ad ora…), ci è stato detto che questa guerra si combatte con la cultura, lo abbiamo urlato, marcato, forse l’occasione è giunta…

In foto: le terme di Diocleziano

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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