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Regeni: il prezzo della stabilità?

9 Febbraio 2016

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Regeni: il prezzo della stabilità?

Un viso pulito. Un ragazzo come tanti, che aveva decido d’informare a prescindere, perché la verità è l’unica questione che conta. Il povero ragazzo ucciso e trovato in fosso (per caso? un caso creato ad hoc?) dalle parti del Cairo può essere il centro di un cerchio geopolitico, economico e di regime. L’Egitto mostra il suo vero volto, ovvero quello di uno stato brutale, un volto che da buoni struzzi abbiamo di fatto ignorato. Sisi, il generale Sisi, anche se in giacca e cravatta rimane un militare, sa perfettamente quanto sia necessario per rimanere al potere nel suo paese (97 milioni d’abitanti) avere il controllo totale dello Stato. Capita che al Cairo ci vogliano pile di moduli per qualche ripresa, senza press card (Regeni non la possedeva) è praticamente impossibile muoversi senza trovarsi qualcuno in portineria che s’informa su ciò che fai. Capita anche che per recarsi in Sinai ci vogliano certi timbri, che in realtà nessun ufficio utilizzerà mai. Dal Sinai meglio star alla larga, una regione non più sotto completo controllo egiziano, un sorta di zona franca dove l’Is, bande, servizi governativi e qualche mercenario si scambiano informazioni, armi e molto altro… Questi sono i classici giochi burocratici di regime atti a “sfiduciare” eventuali “strilloni”, giochi che si esauriscono magari con espulsioni, fermi e segnalazioni. In pratica chi non si allinea finisce in una lista d’indesiderati, da tenere sotto controllo od espellere. Regeni si occupava di sindacati, apparentemente una questione non scomoda, nella realtà egiziana scomodissima. La maggioranza della popolazione nella fascia d’età che va dai venti ai trent’anni è disoccupata, spesso incline ad abbracciare cause ritenute pericolose da al Sisi.  Cause che Regeni conosceva perfettamente, che studiava, cercando sociologicamente di capire i nessi con i Fratelli Musulmani, molto attivi tra i lavoratori, da sempre in contrasto con il potere centrale. I miliziani di Mubarak sono stati riciclati da al Sisi dopo il colpo di Stato contro i Fratelli Musulmani. Ancora Negri: «In Egitto i militari come Nasser, Sadat, Mubarak, Sisi, svestono l’uniforme e mettono giacca e cravatta, ma continuano a gestire da 60 anni un lato oscuro dello Stato che è il vero potere. È questa la macchina infernale che stritola i popoli mediorientali: cambiano i manovratori non i metodi. Non c’è neppure bisogno d’impartire ordini: gli apparati polizieschi che sostengono i raìs sono zelanti, anche troppo. Per questo il generale egiziano non può dirci tutta la verità su Giulio Regeni e le ombre del potere» A quanto pare l’ordine non è partito da Sisi, preoccupatissimo della reazione italiana. L’Italia infatti è stata la prima nazione occidentale a riconoscerne l’operato (che in realtà non è esemplare), ha soffiato ai francesi 5 miliardi d’euro di commesse e soprattutto con l’Eni ha ottenuto importanti concessioni riguardo lo sfruttamento dei giacimenti energetici di recente scoperta. L’Egitto in pratica è “stato premiato” per la sua stabilità e soprattutto per aver allontanato dal potere elementi di tipo estremista. A Parigi però non è andata proprio giù, dopo averci soffiato le commesse indiane (da Orsi ai Marò, l’Italia ha pagato un dazio pesantissimo e alquanto “strano”), i transalpini hanno provato in tutti i modi a metterci i bastoni tra le ruote nel Mediterraneo Orientale. Oltre a disinteressarsi del flusso migratorio (la marina francese “non vede”, “non sente”, “non sa”) lasciandolo sul groppone italiano, dopo aver destabilizzato la Libia (fecero decollare gli aerei prima del via ufficiale…) nella speranza di gestire la ricostruzione, (la guerra ha azzerato tutti i contratti tra Italia e Libia, solo di recente molto è stato recuperato) i cugini s’affrettarono a riconoscere e trattare con al Sisi. Ovviamente al solito modo da struzzo, i generali si trasformano in presidenti. Al Sisi però conoscendo la strategia parigina alla perfezione, dal Mali al Niger passando per la Costa d’Avorio, tutti Stati che giornalmente si “svuotano” riversandosi nel Sahara e poi sulle nostre coste. Stati con l’economia in mano francese (con le multinazionali) e pieni di basi militari d’oltralpe. Il presidente egiziano invece ha preferito giocare le sue carte facendo l’equilibrista su più tavoli. Il più conveniente era sicuramente quello italiano, nazione meno invasiva, più accomodante e che si è impegnata a garantire la sicurezza dei luoghi turistici (industria fondamentale per l’Egitto), oltre alla manutenzione di Suez (fornendo anche tecnologia e tecnici). A questo si aggiunge una collaborazione marittima per garantire e ripristinare flotte commerciali ormai. A pensar male spesso ci si azzecca, infatti (con la scusa del terrorismo) i servi francesi sono attivissimi in Egitto, lo sa Al Sisi, ne è a conoscenza Renzi, che infatti, nonostante l’impiego dei Ros in terra egiziana, è conscio di quanto sarà complesso conoscere la verità. Il dubbio è amletico, questo dramma cade nel momento più sbagliato, Italia ed Egitto hanno moltissimo in ballo a livello economico. La linea dura potrebbe deteriorare i rapporti bilaterali con gli egiziani, motivo per cui il nostro governo ha deciso di prendere tempo e meglio capire, mandando in loco forze di polizia e Ros. L’opinione pubblica italiana attualmente è vicinissima al ragazzo ucciso, colpevole d’aver solo cercato di capire e raccontare, finito forse in un disegno diabolico più grande di lui. Per concludere al lettore darò due interpretazioni su cui ragionare: l’altro giorno negli ambienti diplomatici fluttuava nei corridoi una battuta: “L’Italia mostrerà i muscoli mettendo la prua delle proprie navi verso il Cairo o verso Parigi?”. L’altra uscita invece pare più realistica: “Che sia questo il prezzo da pagare per la stabilità dell’Egitto?”

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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