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Libia d’Italia: Roma ci pensa e sfida Parigi, scenari di guerra

4 Febbraio 2016

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Libia d’Italia: Roma ci pensa e sfida Parigi, scenari di guerra

Per capire la questione libica è necessario fare un salto nel Golfo Persico. Gli stati del Golfo sono in guerra contro l’Iran, questa guerra si svolge in Yemen e rappresenta lo scontro secolare tra sciiti e sunniti. Per i sauditi infatti la guerra all’Is (sunnita) è meno critica. Questo scenario apparentemente banale insabbia anche gli occidentali, alla disperata ricerca d’alleati di “terra”. I paesi del Golfo non possono creare forze armate bilanciate per questioni puramente demografiche, l’Iran conta ad esempio su 80 milioni d’abitanti e cresce di un milione l’anno. Nella strategia di Teheran vi è l’obiettivo d’arrivare a 280 milioni di persone nel 2050. L’Arabia Saudita (principale avversario) conta su appena 28 milioni d’individui. A questo si aggiunga che l’Iran ha uomini in “età militare” n quantità, i paesi del Golfo no. Inoltre le poche forze terrestri presenti sono variegate e necessitano di battaglioni “politici” atti al controllo, dei pretoriani di regime. In Yemen infatti i sauditi sono dovuti ricorrere a mercenari colombiani. Stati come l’Iraq invece fungono da “serbatoio” di mezzi per l’Is, nonostante la litania presente sui media italiani, lo “Stato Islamico” si rifornisce gratis d’armi e mezzi razziando l’Iraq. Sul territorio iracheno infatti vi sono più di dieci miliardi di dollari “in armi”, frutto della politica d’addestramento americana, per lo più finite gratuitamente nelle fauci del Califfo (al resto ci pensa la Turchia). Gli Usa attualmente si stanno preparando per un conflitto ad alta intensità con la Cina e vogliono puntare tutto sulla tecnologia. Inoltre la “nuova guerra” avverrà nelle acque del Pacifico, motivo per cui l’amministrazione Obama ha finanziato un potenziamento marittimo senza precedenti. Motivo per cui in teatri per gli Usa secondari sono paesi come l’Italia a dover gestire la situazione. Nel libro bianco delle nostre forze armate infatti l’aumento del tonnellaggio della flotta è all’ordine del giorno. Entro il 2020 la nostra flotta, che conta due portaerei attive, avrà una potenza pari alla francese e sarà dotata di ben sei navi da sbarco. Nel Mediterraneo infatti il disimpegno americano è totale, saranno l’Italia e la Francia ad occuparsi del mare Nostrum (gli inglesi sono impegnati con gli Usa nel Pacifico). In questo contesto particolare è logico che i paesi del Golfo, la Francia, la stessa Italia e molti stati arabi puntino più sulle armi aeree che terrestri. I paesi europei infatti (pur potendo contare su eserciti preparati e numerosi) sono restii nello schierare fanteria, causa fronte interno. Ma con gli Usa impegnati altrove e l’Is avvicinarsi minacciosamente alle nostre coste (i governi libici sono incapaci di gestire il territorio, la missione Onu ha fallito l’obiettivo) l’opzione terrestre appare ormai più che probabile (New York Times). Mentre scriviamo Navy Seals, Delta Force e Berreti Verdi sono in Libia impegnati in missioni di ricognizione e studio del territorio. Di più non faranno, lo scarpone in Libia dovranno metterlo altri. Gli inglesi hanno già dato la disponibilità logistica, le basi di Malta, Creta e Cipro sono a disposizione. Italia e Francia sono alla finestra, i francesi hanno il dito sul grilletto dal 13 novembre 2016 ed avrebbero l’opinione pubblica favorevole. Gli altri paesi europei sono ovviamente fuori dai giochi per i motivi più disparati, paesi come la Spagna non possiedono forze armate di livello, la Germania è in piena crisi e non intende esporsi a livello militare. Il resto d”Europa ha tanta valenza politica quanto poca militare. Rimane l’Italia, uno degli zoccoli duri della Nato, che gestisce i cieli del Nord Europa (con Putin non è facile), ancora dotata di buon credito tra i paesi arabi (in Libano i nostri militari stanno svolgendo un lavoro certosino tra i plausi della popolazione) e con un potenziale militare di livello, truppe speciali al livello di quelle americane, carabinieri addestrati per il controllo del territorio, istruttori militari preparatissimi, mezzi tecnologicamente avanzati. Rimane un problema: l’esercito italiano conta 160000 uomini, per una tale missione ne servirebbero circa 430000 in armi. Oltre ad un richiamo obbligatorio dei congedati degli ultimi sei anni (uno studio della difesa) bisognerebbe andare a ritroso fino a circa i congedati 2002-2006, che avrebbero compiti di logistica e mantenimento strutture sul suolo patrio. In Libia andrebbero più o meno 240000 militari.  Attualmente ci vorrebbero sei mesi per arrivare a questo obiettivo, l’Armée invece può contare da subito su 230000 militari da impiegare in loco, i militari delle basi in Niger, Mali ed altre zone dell’Africa farebbero la parte del leone. Inglesi ed americani preferirebbero un impegno congiunto a comando italiano (come in Libano). Gli italiani dovrebbero metterci da subito, flotta, copertura aerea e truppe speciali (con relativi elicotteri), i francesi aprirebbero per primi il fronte. In un secondo momento però l’armata diventerebbe italo-francese, l’Italia quindi schiererebbe truppe d’assalto terresti, mezzi corazzati, battaglioni di paracadutisti. Secondo gli analisti questa campagna si risolverebbe velocemente e con perdite minime, l’Is non potrebbe contrastare tale intervento e si scioglierebbe come neve al sole. La seconda ipotesi invece, sempre secondo il New York Times è la seguente: armata italiana in avanzamento dalla Tunisia (che ha già dato disponibilità logistica) ed armata francese in partenza dall’Egitto (in un simile quadro la Turchia non oserebbe muovere dito verso stati Nato). In pratica una gigantesca tenaglia che “insaccherebbe “le forze del califfato, tagliando i ponti con la Siria. Nello stesso momento un’offensiva in Sinai ed armata russa in avanzata su Raqqa. In neanche un anno l’Is sarebbe sconfitto, sempre stando a fonti militari strategiche americane. Roma però è titubante, il piano militare è nel cassetto da agosto 2015, manca la volontà politica, il fronte interno appare in stallo. Il premier italiano infatti è attanagliato da parecchi dubbi e preferirebbe una via diplomatica, via difficilissima visto che è ormai noto che con Is non si possa trattare. Hollande e tutta la Francia invece spingono per l’intervento, a Parigi e dintorni infatti non vedono l’ora di menare le mani con lo stato islamico, vendicando l’attentato novembrino. Anche gli intellettuali francesi più pacifisti ammettono, senza tante perifrasi, che qualcosa si deve fare, anche da soli. Senza Roma però è tutto molto complesso, anche se il peso specifico post intervento sarebbe significativo, i paesi impegnati in prima linea avrebbero mano libera su parecchie questioni, anche europee. Si andrebbe a ridisegnare una politica mediterranea con l’Italia come baricentro, gli stati africani costieri avrebbero nel nostro paese un nuovo interlocutore politico ed economico. I risvolti potrebbero portare ad un periodo di stabilità, le rotte commerciali mediterranee tornerebbero ad essere sicure e praticabili e fiorirebbero nuovi mercati e cooperazioni internazionali con paesi che avrebbero modo di svilupparsi con intelligenza. La stabilità politica e la conseguente fioritura economica sono l’arma più potente contro i fanatismi, che non troverebbero il terreno fertile d’oggi. Trattandosi di cooperazione non vi sarebbe nemmeno più il problema “colonialista”, sempre al centro di rivincite più o meno secolari. Questo ruolo calzerebbe a pennello ad un paese mediterraneo come l’Italia, ma il tempo stringe ed a Parigi hanno già allacciato gli scarponi.

 

 

 

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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