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Cyberbulli, nuovi eroi dalle caserme al web3 min read

1 Febbraio 2016 2 min read

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Cyberbulli, nuovi eroi dalle caserme al web3 min read

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Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

La trasmissione PresaDiretta di ieri sera 31 gennaio, ha portato ancora una volta l’attenzione sul fenomeno del bullismo Nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale. Così dice l’Istat nello scorso mese di dicembre, ma i dati possono essere già diversi.

In effetti oggi la diffusione del Wi-Fi e l’utilizzo di chat come WhatsApp fanno sì che il cyberbullismo sia sempre più un fenomeno diffuso e drammaticamente pericoloso. Si alimenta con il potere dell’immagine e della forza che gli attribuisce la nuova tecnologia della comunicazione. Una volta il comportamento violento del bullismo, peraltro tollerato in alcuni contesti chiusi come i collegi e le caserme in quanto considerato un elemento del processo di crescita, si perpetrava nascostamente dietro lo sguardo degli adulti.  Sfruttava i luoghi isolati e le stanze appartate perché gli atti persecutori avessero come protagonista solo le vittime e al massimo il piccolo gruppo degli alleati del bullo che così  manteneva una corte di servitori silenziosi e ossequienti. Il piacere derivava dal poter essere  leader di una “banda”, anche piccola, ma che rimaneva nell’ombra e sconosciuta ai più.

Oggi invece il cyberbullo cerca il massimo di visibilità. Più fa conoscere la sua forza e le sue imprese e più è popolare, più si costruisce la fama di “eroe”. Contemporaneamente  la vittima è sempre più vittima e stigmatizzata, emarginata e isolata perché collettivamente derisa e biasimata. La comunicazione digitale e le immagini delle persecuzioni veicolate dalla rete costruiscono in un tempo rapidissimo sia la “fama dell’eroe” di turno che la disperazione di chi subisce e si sente progressivamente impotente.

Lo smartphone diventato ora lo strumento dei “selfie” che narcisisticamente sostiene la ricerca della propria immagine, è oggetto persecutorio che può moltiplicare in un attimo popolarità e angoscia.  La rete fa sì che platea degli spettatori diventi potenzialmente illimitata. Sconfinata. Questo incrementa la tendenza del bullo a ripetere le azioni aggressive e nello stesso tempo riduce in maniera consistente la percezione del danno. In assenza di un contatto reale, il cyber-persecutore diventa freddo e crudele, incapace di empatia e l’anonimato, dietro cui in rete è possibile nascondersi facilmente, fa sentire protetti e alimenta l’illusione di non aver alcuna responsabiltà.

Contemporaneamente le scene di aggressioni riprese e postate su un Social, cliccate centinaia o migliaia di volte, se da una parte aumentano il sentimento di potere del cyberbullo, dall’altra moltiplicano l’angoscia di chi è vittima ma anche di quelli che possono temere di diventarlo. L’azione di violenza veicolata da Youtube rimane indelebile o difficile da cancellare dalla memoria di chi vede. Una volta in Rete nessuno può dimenticare le imprese del bullo ma neanche il corpo della vittima e la sua prostrazione. Questa è la vera azione persecutoria che fa la differenza con il passato, con il bullismo tradizionale. Quasi impossibile per la vittima nascondersi, scappare e salvarsi. Le offese che circolano rimangono, le diffamazioni sono visibili a tutti così la vergogna e l’umiliazione si moltiplicano all’infinito.