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Quando il terrorismo paralizza la coscienza

15 Novembre 2015

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Quando il terrorismo paralizza la coscienza

C’è nel terrorismo l’obiettivo preciso di sgominare e destabilizzare la coscienza. Appunto terrorizzare e azzerare la ragione. Allora che fare per contenere l’angoscia? Cosa per gestire la paura e la rabbia? Oppure come impedire che l’orrore si trasformi in odio, lo smarrimento in fobia collettiva altrettanto devastante? Non è facile rispondere.
Bisognerebbe provare a riconoscere che la malvagità umana non appartiene ad un mondo diverso dal nostro. Il lato ombra della nostra natura non proviene da un territorio oltre confine.

Tentare questa strada è, come diceva C. Gustav Jung, un’impresa ardua, quasi impossibile perchè «significa accettare la giustificazione dell’esistenza di ciò che è irragionevole».

Forse,però, è l’unica cosa che ci può servire: riconoscere che la malvagità nasce e vive nell’uomo, attraversa la mente e il cuore degli esseri umani, si sviluppa nella nostra stessa società, spesso con la complicità del «silenzio dei giusti» che preoccupava M. Luther King più della malvagità stessa.

Nell’irrazionalità di un atto terroristico c’è tutta l’irragionevolezza confusiva e folle del nostro modo di essere e di fare che, ad esempio, si riflette in quel detto latino che afferma: «se vuoi la pace, prepara la guerra».

Unirsi e stringersi insieme o marciare a braccetto per far fronte comune contro la violenza terroristica può tranquillizzarci ma anche essere improduttivo o un esercizio inutile se non è accompagnato dal coraggio del confronto con le nostre stesse contraddizioni individuali e collettive.

Solo attraverso di esso, come diceva ancora Jung, possiamo «Estrarre la saggezza dalla follia». Ovvero tentare di trasformare il «male» e provare a contenere la malvagia energia della devastazione. Operazione per nulla semplice in quanto significa prima di tutto riconoscere il proprio potenziale distruttivo che si annida nelle pieghe, sovente indecifrabili, della nostra anima.

Successivamente, e solamente dopo, possiamo tracciare il profilo o disegnare il volto del nemico.

Solo a quel punto possiamo accorgerci, senza alcuna giustificazione della violenza, che terroristi non si nasce ma, caso mai, si diventa. E accade secondo un processo complesso che, come sappiamo, ha radici sociali, economiche, religiose ma anche psichiche.

In questo ultimo caso non necessariamente si tratta di un aspetto malato della mente. Più di tutto sembra prevalere una sorta di scissione manichea della realtà: di qua sta il bene e di là il male.
Anche se alla base delle azioni terroristiche ci sono rivendicazioni di natura diversa che rimandano a condizioni materiali e morali di sofferenza o di oppressione, è solitamente l’incapacità degli individui ad elaborare sentimenti come la rabbia e l’odio a far dilagare la crudeltà del male.
Così il terrorismo si alimenta e si sviluppa all’interno di polarità difficili da avvicinare che mantengono una netta frattura tra il «noi» e il «loro», la «mia» fede e la «tua», il «bene» e il «male». Questa scissione che da individuale si fa collettiva sostiene ogni forma di estremismo della coscienza e della ragione.

Conoscere questo processo può esserci utile se non altro per tentare di interferire con l’odio e la malvagità.  Non per giustificarne l’esistenza, ma per comprenderne le radici.

Soprattutto per non essere contaminati e contagiati da quella che è generalmente la perdita dell’empatia e la de-umanizzazione dell’altro. Dimensioni specifiche che si accompagnano sempre ad ogni forma di violenza compresa quella che alimenta il terrore.

Giuseppe Maiolo

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