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L’OCCIDENTE BRUCIA (MA FA FINTA DI NON SAPERLO)

14 Novembre 2015

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L’OCCIDENTE BRUCIA (MA FA FINTA DI NON SAPERLO)

Parigi. Estate novembrina più lunga del solito. Un venerdì sera tiepido, un bar, un concerto ed una partita di pallone. Dopo una settimana di lavoro ci si tuffa nella prima serata del fine settimana, un aperitivo, una chiacchierata, una passeggiata con la fidanzata. Parigi ma cosi a Roma, Milano, Madrid, Londra, Berlino e cosi via. Il venerdì si esce in tutta Europa, teatri, cinema, ristoranti e pub brulicanti di persone che vogliono svagarsi. Il tutto spezzato dal rumore assordante e tremendo di un fucile a pompa, il suono mortale di quel gesto automatico che uccide brutalmente. Paura, sgomento, sangue e morte. Ma forse la parola che più temiamo: ostaggi. Già, perché abbiamo tutti nella mente la fine dei prigionieri in tuta arancione che i video della rete spesso ci mostrano. Il pensiero corre a quelle persone nelle mani di assassini fanatici e pronti a tutto. Interminabile l’arrivo dei reparti speciali, esplosioni, spari ed irruzione. Alcuni si salveranno, altri verranno uccisi uno alla volta, esecuzione da film, già perché il tutto sembra un film, girato da un regista del terrore, macabro e senza cuore. I simboli di quest’attentato sono fortissimi, forse peggiori dell’attentato a New York nel 2001: il terrorismo si scaglia contro il nostro modo di vivere, contro le nostre abitudini, contro quelle azioni che ci rendono felici, contro la nostra libertà. Si può discutere sulla debaclè dei servizi francesi, poco sinergici con quelli italiani ed inglesi (un report d’agosto parlava chiaro). L’Europa passa una notte tragica tra tv ed agenzie di stampa, morti, feriti e persone in lutto. Una ferita che verrà metabolizzata con fatica L’europeo vive la fase tre e forse non se ne rende conto: i primi attentati avevano come bersaglio obiettivi militari (le nostre truppe nei vari teatri), poi si passò alla fase due, ovvero simboli religiosi, metropolitane, etc. Adesso siamo alla fase tre: la nostra cultura ed il nostro modo di porci, il nostro tempo libero e la nostra voglia di socializzare. I segnali erano (e sono) molteplici, dai documenti presenti in rete agli arresti di questi giorni (a Merano, sembra pazzesco ma è tutto reale) i proclami si facevano sempre più insistenti e precisi. Bar, teatro, concerto e stadio: quattro luoghi d’aggregazione sociale su cui la nostra società libera poggia, quattro luoghi culturali, quattro luoghi zeppi di persone che cercano svago e trovano morte. Tutto a Parigi, capitale europea e mondiale per antonomasia. Sei un artista, uno scrittore od un poeta? A Parigi ci devi andare. Parigi, capitale dell’amore. Chi non ha mai pensato di portare il proprio amore nella città parigina per vivere una specie di fiaba? Dopo ieri invece Parigi rappresenterà l’incubo europeo. Culturalmente e simbolicamente l’attentanto è fortissimo, 150 civili inermi uccisi per farci capire che non siamo sicuri, che non dobbiamo divertirci, che non dobbiamo ascoltare musica, insomma che dobbiamo morire perché siamo occidentali, il messaggio è questo, questo il disegno, questo quello che dobbiamo spezzare, a qualcuno può non piacere, ma è cosi. Molti occidentali si vergognano d’esserlo, mettono da parte la loro cultura ed i loro valori per fare le crocerossine (a tratti i leccapiedi), tutto molto bello ma non funziona, ormai è assodato, illusi se pensano d’essere considerati migliori se criticano Israele, se mettono in dubbio l’idea europea e molto altro, no rimangono occidentali. Una civiltà muore nel momento in cui la sua cultura è sconfitta o peggio ancora barattata, successe ai romani, successe nel Medioevo e via cosi, sta succedendo ora. Integrazione e cooperazione possono salvarci, ma senza rinunciare a chi siamo, a cosa rappresentiamo. Ora tocca ai moderati islamici, devo tenderci la mano sul serio, farci capire che cooperano con noi senza se e ma, noi ovviamente dobbiamo prenderne atto e non creare pericolosi minestroni. Oggi ci siamo svegliati nudi, sporchi di sangue, ci siamo abituati, noi europei conosciamo la guerra, noi europei abbiamo sempre combattuto nel bene come nel male. Prima di qualsiasi azione a livello geopolitico, di cooperazione ed altro dobbiamo dotarci di grande onestà intellettuale e capire che esiste un progetto per spazzarci via e cancellare ciò che l’Europa rappresenta, la nostra democrazia, libertà e tutto il resto. Chiunque viva sul territorio europeo deve accettarne leggi, usi e costumi visto che le nostre costituzioni accettano le diverse sfumature. Il discorso deve essere reciproco, chi viene qui deve diventare europeo nell’animo, tenerci a questo continente, sentirsi vicino a certi ideali o è finita, parlo d’animo culturale e civile, il culto viene dopo, prima si è cittadini (in Europa). La sfida passa da molti settori, la scuola in primis ma deve partire dalle nostre teste: l’Europa è a terra, nuda piena di lacrime e ferite, tendiamole la mano e da oggi uniti non vergogniamoci d’essere occidentali.

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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