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Bonazzi, il poeta degli squalificati

8 Novembre 2015

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Bonazzi, il poeta degli squalificati

Alfredo Bonazzi, poeta e scrittore, se n’è andato all’età di 86 anni dopo una lunga fatica fisica.  Viveva a Bassano del Grappa, ma con Bolzano e le Dolomiti ha mantenuto da sempre un rapporto intimo, intenso e forte come la roccia che lo affascinava. Appena poteva ci tornava per ricaricare la sua anima mediterranea sulle alture del Renon e per parlare nei suoi numerosi interventi della poesia e dell’energia che dà a chi la fa vivere dentro, non come corpo estraneo ma come tessuto interconnettivo.

L’avevo conosciuto un tempo ormai lontano, quando da poco, pochissimo, con la sua poesia lui andava a regalare a tutti quelli che lo avvicinavano la storia dolorosa di una vita privata della libertà, passata dal riformatorio al duro carcere criminale. Non era solo il poeta che incontravo e la cui lirica, come sa fare la poesia vera, in un attimo ti cattura e ti prende la mente e l’anima, ma l’uomo che con la poesia era risorto alla vita e la andava narrando. L’ho sentito portare con i suoi versi, in certi attimi frecce appuntite  che ti trafiggono fino in profondità, quella sua storia che gli pesava sulle spalle e che era un tutt’uno con il poeta, anzi ne costituiva il DNA .

L’ho visto una sera, in quel primo incontro sul palco di un teatro di Bolzano, forte come una roccia capace di resistere ai venti e ai geli ma al contempo delicata creatura che ti consegnava, senza addolcire la pillola, il suo Caino interno che teneva con sé dall’infanzia. C’erano nel suo raccontare gli eventi che lo avevano crocefisso ma anche liberato dalle catene di tanti letti di contenzione che aveva conosciuto, il  dolore  lungo una vita che solo la parola poetica, non magica formula taumaturgica, ma faticosa ricerca di senso, aveva almeno un po’ levigato.

Ricordo che a me, giovane ma già appassionato studioso dell’uomo e della psiche, quella parola salvifica intrisa di sofferenza, pungente come un rovo di spine ma pure stracolma di energia e di potenza che ti libera e ti fa volare, mi apparteneva. Me ne ero accorto da tempo che la poesia e la parola da raccontare e da vivere, mi scorrevano dentro e quella sera di un lontano 1974, Bonazzi e i suoi versi da poco dati alla stampa nel libro-storia Ergastolo Azzurro, mi travolsero totalmente.

O meglio inchiodarono alla poltrona il numeroso pubblico presente, e me compreso, paralizzato da un misto di sentimenti che andavano dall’angoscia per la malvagità umana ma pure dall’energia che ti trasmettono i suoi versi e ti impongono il  riconoscimento della sofferenza di cui è denuncia tutta la sua poesia.

Metà della sua vita Bonazzi l’ha vissuta a parlare della sofferenza degli squalificati, a far conoscere ai giovani che affollavano le sue conferenze nelle scuole di come, chi ha commesso sbagli e paga con il carcere, non viene assolutamente aiutato a correggersi e cambiare. Solo a pochi, diceva, può capitare di uscirne modificati e trasformati. A lui era successo grazie alla poesia. L’aveva fatta scorrere nel sangue, l’aveva fatta fluire e questa gli aveva dato la forza di liberarsi delle catene e del male.

Graziato nel 1973 dal Presidente Leone per altissimi meriti letterari, Bonazzi ha così narrato quel male senza fare sconti a se stesso, ma ha raccontato  proprio nel libro Squalificati a vita  la persecuzione della violenza carceraria che non ti salva. Soprattutto se non ti accade il miracolo o non compare d’improvviso la luce che sconvolge le viscere e ti aiuta, almeno in parte, a sanare le ferite.

Ad Alfredo Bonazzi la memoria di un incontro vissuto da lontano sembra essere stato decisivo. Narrata nel libro Quel giorno di uve rosse, recentemente ripubblicato dalla Casa Editrice San Paolo, la visita di Giovanni XXIII al carcere romano di Regina Coeli mentre lui, ergastolano, era legato ad un letto di contenzione di un manicomio criminale, ha dato all’uomo la forza della risalita. Ne è nata così una silloge intesa di dolore e di speranza, una specie di Salterio, o libro dei Salmi  che dovresti leggere accompagnandolo alla musica perché non puoi scindere in queste liriche cosa è lingua e cosa è suono, vibrazione, accordi.

E’ un libro poetico, non solo perché è fatto di poesie, ma soprattutto per l’umana presenza della fiducia portata dietro le sbarre da un umile uomo vestito di bianco che, come dice il poeta, consente di “ricostruire un altare di fede con le rovine di un’intera vita” .

Giuseppe Maiolo

 www.officina-benessere.it

Quel giorno di uve rosse

Con le mani crocefisse in petto

Qui sei venuto

A placare per un attimo

L’infelicità messa a fuoco

A impegnare il tuo cuore

Sulla meridiana dei calendari

Stampati in serie

A caricarti di rimorsi

E di lampade semispente.

 

Nella casa del Padre

Hai sollevato tendaggi

Per sorprendere la morte

E il sonno dell’inverno.

Dicono che piangevi

Solista d’Amore,

per tutto il mare tolto

alle conchiglie affossate.

Era un dolore nuovo, per te,

ancora da capire.

(Alfredo Bonazzi)

 

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