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Libia d’Europa: tutti ne parlano, nessuno conferma

1 Giugno 2015

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Libia d’Europa: tutti ne parlano, nessuno conferma

Da mesi se ne parla. Molti ne parlano. Nessuno chiaramente. Il soggetto? L’intervento in Libia. Renzi lo ha fatto capire in tutti i modi, aspettiamo l’Onu (e le elezioni regionali?) e poi procediamo. Il piano europeo (che però è italiano) è nei cassetti della presidenza europea da circa febbraio, di quella italiana da molto prima. Ma cosa prevede nel dettaglio questo famoso intervento? La distruzione dei barconi (vuoti)? Le creazioni di campi in loco? Militari europei in Libia? I documenti recentemente pubblicati da Wikileads descrivono tutte le opzioni citate. Più si leggono quei documenti più si comprende come sia l’Italia, la nazione più militarmente e politicamente coinvolta. Il tutto dovrebbe partire con incursioni mirate sulla costa libica da parte del nostro Comsubin, interventi chirurgici atti alla distruzione dei natanti (vuoti) e dell’organizzazione coinvolta nella tratta d’esseri umani. qui si presume intervenga una squadra tattica multiruolo stile Task Force 45, ovviamente interforze che raccolga l’élite dei nostri preparatissimi reparti speciali) In questo scenario verranno individuate le postazioni da distruggere ( anche se i nostri 007 sono attivi da mesi in Libia e trasmettono allo stato maggiore della difesa ed alla presidenza del consiglio montagne di dati) ed entrerà in scena l’aeronautica, prima con i caccia e poi con gli elicotteri(i famosi Mangusta). Attacchi che verosimilmente partiranno dalla base inglese di Creta (in allerta da mesi) e dalle nostre siciliane Gioia del Colle, Sigonella e Pantelleria. Il resoconto può sembrare crudo ma è parte integrante del nuovo assetto di Triton e lo si trova in lingua inglese in rete da pochissimi giorni. Questa fase potrebbe essere abbastanza lunga, contemporaneamente si dovrà cooperare con Tripoli (che ha già minacciato ritorsioni in caso d’intervento) e Tobruk (il governo riconosciuto internazionalmente) e redigere un documento (Onu) che garantisca eventuali reparti in loco. In tutto questo che fine faranno i migranti? Saranno usati come scudi umani o respinti nel Sahara occidentale? Altro dilemma è l’Is, molti miliziani libici stanno passando con il Califfo e non è escluso lo faccia il governo di Tripoli, il problema diventerebbe molto complesso. A questo scenario non semplice si aggiunge una Tunisia destabilizzata (in via informale avrebbe richiesto nostri reparti a presidio delle frontiere…) ed un Egitto che attualmente (anche se nessuno ne parla) non controlla il Sinai e la parte sud del paese. Il Marocco e l’Algeria potrebbero veder invasi i propri confini sahariani da nuovi flussi migratori e rischierebbero una destabilizzazione sensibile. L’Algeria inoltre ha una posizione ambigua e soprattutto non tollera presenze francesi in loco, chi si occuperebbe d’aiutare gli algerini? La Turchia non si sta dimostrando una valida alleata, dopo le elezioni di giugno si capirà meglio la vera politica di Istanbul, sempre più impero e meno repubblica. I Curdi rimangono il principale problema degli ex ottomani, che sperano in un loro esodo verso Kobane (si parla di una futura città-stato curda sotto influenza turca), luogo in cui Is si è ritirato strategicamente (su pressione turca?) ed ha evitato ad Istanbul l’arrivo d’ulteriori curdi sul proprio territorio. La Libia è sempre più al centro della geopolitica mediterranea, stati come la Greci a e la Spagna attualmente non sono in grado di metter in mare flotte o uomini adeguatamente addestrati per missioni del genere. Solo Francia, Italia e Gran Bretagna hanno la forza per poter gestire un eventuale intervento, i militari impiegati, infatti, non potranno essere meno di 50000. 13000 dovrebbero essere italiani, 8000 francesi e circa 9000 inglesi. Il resto del contingente verrà integrato da altri europei, si parla di spagnoli, cechi, polacchi, tedeschi. Tutte forze però che avranno ruoli logistici e che metteranno piede in Libia solo a giochi finiti. La missione rimane rischiosissima e il complesso geopolitico potrebbe esplodere a catena portando il Mediterraneo a diventare un campo di battaglia. L’atteggiamento della Russia è attualmente al vaglio, Gentiloni in queste ore è Mosca per capire eventuali risvolti. La black list russa nei confronti dei politici europei esclude il nostro paese (che tranne una italiana naturalizzata svedese) e lascia il tutto in sospeso. La Russia non ostacolerà l’Italia o si metterà di traverso per dar fastidio agli stati europei sanzionisti? L’Onu prende tempo e cerca la soluzione politica (ormai molto complicata) ma allo stesso tempo prepara il documento d’intervento. In Italia si parla d’elezioni e si sonda l’opinione pubblica, incline all’intervento ma condicio sine qua non chiara: non si deve parlare di guerra visto che la nostra costituzione la ripudia (in caso d’offesa). Gli italiani sono cambiati rispetto al 1911, quando il pur mite Giolitti mandò quasi 100000 militari a conquistare la Libia per “un posticino al sole” e quando poeti miti come il Pascoli inneggiavano alla guerra dalle colonne del Corriere della Sera. Nello stesso momento il pacifista (già era ancora socialista) Mussolini (insieme all’amico Nenni) si sdraiava sui binari delle tradotte che portavano i treni carichi di soldati nei porti e finiva in galera. Italia diversa, italiani diversissimi, con le valigie pronte per l’America e molta fame sulle tavole delle famiglie. Oggi siamo meno affamati ma molto frustrati, stanchi di tutto e disgustati dagli scandali politici, a tratti apatici. L’Italia non è più un regno ma una repubblica, non siamo più sudditi ma cittadini, dovremo specchiarci ancora nel mare libico come cento anni fa, come i nostri bisnonni e trisavoli? Tripoli, Tobruk, Sirte nomi che sentivamo nei racconti la sera o a Natale in famiglia sono tornati nel nostro quotidiano, abbiamo una sola certezza, esattamente come nel 1911, siamo eremiti e dovremo affrontare (o non affrontare) questa emergenza in completa solitudine, saremo in grado di assumerci questa responsabilità davanti alla storia?

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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